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HAPPYFANIA – Dov’è andato a finire il bene comune

– di Gerardo Calise

Come tutti noi sappiamo, anche quest’anno l’Epifania ha portato via tutte le feste. Ed ora ci ritroviamo tutti più soli, con meno luci, tante luci in meno, a meditare sui nostri tantissimi problemi quotidiani, sempre più delicati ed onerosi. Le feste, molte volte rimandano i pensieri, ma soprattutto rimandano la loro risoluzione. Poi, inesorabili, i classici nodi vengono al pettine, tutti agli inizi del nuovo anno, quando tantissima gente si fa fare l’oroscopo, sperando e risperando in un anno migliore.

Sempre uguale il nostro incedere nel tempo che va . Il tempo, con la sua misurazione, che è stata , sotto molti aspetti, una delle peggiori scoperte dell’uomo, perché di esso siamo sempre scontenti, sia che siamo in attesa di qualcuno o qualcosa, sia di quando lo vediamo scorrere velocemente ed inesorabilmente. Queste feste saranno ricordate, da molti, per l’immane tragedia che ha colpito l’Isola d’Ischia, con la scomparsa di tre giovani ragazzi, Ivan, Nello e Giuseppe in un bruttissimo incidente stradale a Forio, proprio all’inizio della novena del S.Natale. Questa tragedia mi ha procurato un profondo senso di smarrimento, perché al di là di tanta retorica che spesso si fa in questi casi, mi ha fatto riflettere su un punto che io reputo molto importante: qual è il bene comune? Mi sono posto questo quesito, che sembra essere fuori tema, perché giorno dopo giorno mi rendo conto sempre di più, che quello che dovrebbe essere il principio informatore della nostra esistenza, e parlo da cattolico praticante, che dovrebbe essere appunto il bene comune, che dovrebbe essere il punto focale della nostra vita, è stato smarrito quasi del tutto. La sua scomparsa porta l’uomo ad una visione contorta della sua esistenza, aumentando l’aspetto individualista, egoistico, sia politico, sociale, lavorativo e nei rapporti della sua stessa famiglia. Troppi giovani stanno morendo, e non mi riferisco solo alla morte fisica. Troppi giovani sono lasciati soli a se stessi, insieme alle loro debolezze, indecisioni, smarrimenti, inesperienze. Troppi giovani non hanno avuto in eredità alcun bene comune, quale educazione, cultura, scuola, lavoro, famiglia, in una parola amore, affetto, stima. Non ci pensate il danno che ha procurato la nuova filosofia imperante, che ci inculca continuamente il concetto che il bene di tutti e della società è un falso, mentre è vero il personale profitto, o quello di un piccolo e ristretto gruppo: è diventato il principio informatore di tutte le scelte. E parlo di scelte economiche, informative ed esecutive, che diventano prioritarie, in questo contesto di spietato egoismo. Questo spietato egoismo, lo riscontriamo e lo tocchiamo con mano, specialmente nelle festività natalizie, quando un tempo, ormai lontano, la gente, in apparenza, era più buona.

In questo contesto abbiamo vissuto le ultime festività, durante le quali c’è stato un pullulare di manifestazioni, molte delle quali, a mio modesto avviso, non avevano minimamente a che vedere , con il Natale. Fortunatamente, in controtendenza, ho assistito, il 28 dicembre scorso, ad una bellissima manifestazione teatrale e canora nella Chiesa di S.Francesco d’Assisi a Forio, che nell’occasione, si è rivelata troppo piccola, per il gran numero di persone intervenute. Un bellissimo omaggio alla Beata Maria Incarnazione Rosàl, fondatrice della Congregazione delle Suore Betlemite, con soggetto, sceneggiatura e regia di Gaetano Maschio, per quanto attiene alla parte teatrale. Per quella musicale, abbiamo avuto un coro , nutrito e bravo diretto dal tenore Michele A. D’Abundo, con la colonna musicale composta e diretta dall’autore, M° Giuseppe Iacono. Una bella rappresentazione della durata di circa un’ora e mezza, che per me è stata sconvolgente, talmente sono stati bravi i tanti partecipanti, diretti magistralmente dal poliedrico Gaetano Maschio, che sembra essere diventato un novello Re Mida, in campo artistico. Tra recita e canto, hanno preso parte alla rappresentazione più di settanta persone di Forio, tutte scelte tra i simpatizzanti betlemiti, i genitori della scuola materna, e tanti che hanno avuto contatti di varia natura con le sempre gentilissime e disponibili suore betlemite di Forio, della contrada Cuotto. Questa messa in opera della vita della fondatrice delle Betlemite, Suor Maria Incarnazione, si è svolta in occasione del 150° anniversario della prima celebrazione dei Dolori del Sacro Cuore di Gesù, ed in più si vuole ricordare il secolo di presenza betlemita sul suolo foriano. Dicevo della regia di Gaetano Maschio che riesce a trasformare tutto ciò che fa in un modo stupefacente, perchè ritengo che lo faccia con profonda partecipazione emotiva, con tanto amore, coadiuvato in modo stretto e fattivo da sua moglie Filomena, e dal suo amico-siamese, il M° Peppino Iacono, spalleggiato dalla inseparabile moglie, Francesca, che nell’opera svolge un ruolo di primo piano. Sono rimasto impressionato dalla spigliatezza e dalla padronanza di molte interpreti, che per quanto ne sappia, erano esordienti in assoluto, e che hanno superato la prova in modo divino. Da citare, l’attrice principale, la brava Marianna Falco, che interpretava la Beata Maria Incarnazione, e le poche altre già note, che avevano esperienze precedenti come Maria Di Maio, Francesca Patalano, Rita Mattera, Pasquale Matarese. Una manifestazione da ripetere senza dubbio alcuno, certamente in un sito più ampio.

Un’altra iniziativa, che sicuramente merita una menzione particolare, e che va ad incastonarsi nella vecchia tradizione natalizia, di essere vicino ai meno abbienti, è stata la tre giorni di Solidarietà, organizzata dall’Ascom di Forio, dall’Associazione Terra, presieduta da Franco Iacono, in collaborazione con le Vincenziane dell’Isola d’Ischia e con l’Ass.ne Disabili Isola d’Ischia. Un’inziativa che è andata ad incastonarsi in un discorso di cultura, ambiente, di turismo e di tradizione, associando ad esso, lo spirito del Natale, del Vero Natale, che attraverso la sua simbologia più classica, la quale vede il nostro Gesù Bambino, costretto a nascere in un dei posti più squallidi. In tal modo, ci ha impartito una lezione di solidarietà che noi dobbiamo sempre avere, nei confronti di chi non possiede tanto, di chi è ai margini della società. In questo bel contesto, abbiamo avuto le visite alla Casa di riposo Don Orione di Casamicciola, quella a Villa Mercede a Fontana, e non ultima, quella al Centro di Terapia e Rieducazione DHC di Barano. La vigilia della Befana, nella mattinata si è avuta l’escursione al Monte Epomeo, dove è nato Gesù Bambino nella Chiesa di S.Nicola, e la sera, nella Chiesa di San Gaetano a Forio, bellissimo concerto esguito dall’Orchestra de “I solisti di Napoli”, diretti come al solito, magistralmente dalla grande Maestra Susanna Pescetti, che sul nostro suolo, ha ottenuto l’ennesimo successo personale. La Befana di Solidarietà si è svolta nel ricordo di Solange e Beniamino Santi, insieme a Rosellina Impagliazzo, gente di prim’ordine, che ha speso tanti anni della propria esistenza a fare del bene al prossimo, con vero spirito evangelico. Non vogliamo dimenticare in questo contesto, l’opera continua e silente delle Vincenziane, che da tantissimi anni operano nella società Isolana, assistendo in modo concreto tante famiglie povere, mettendo in atto il principio di S.Vincenzo de’ Paoli nel migliore dei modi.

Altra bella iniziativa, che merita senza dubbio una simpatica menzione: la Tombolata Vivente, organizzata nella Piazza Pontone a Forio dalle sempre vispe “Carucce & Co.”, con una bella trovata, che per noi è parsa originale e simpatica: tante persone, novanta appunto, con il rispettivo numero con pettorina, che hanno allietato una briosa serata, condotta magistralmente dalla simpatica Anna Castagna, e conclusasi con i classici “tarallucci & vino”, a base di pasta e fagioli, ed altre prelibatezze locali.

Buon Anno a tutti.

La grande maialata: gli insegnamenti del “signor” porco

– da Trattoria il focolare

C’è un bisogno diffuso, sempre più avvertito, di ritorno consapevole alle radici: non bisogna perdere la memoria del proprio passato, in questo inizio-millennio carico di tecnologie e di interrogativi sulla futura qualità della vita. Questo avviene sul piano individuale, su quello della ricerca storica e letteraria, e in un ambito meno impegnativo e più piacevole, qual è quello del folklore e soprattutto, della gastronomia, che racchiude significati molteplici e affascinanti.

L’arte culinaria
rappresenta il trionfo del piacere del palato, puntando sulla qualità dei prodotti, sui profumi e gli aromi; sulla fantasia e la creatività preparatoria dei cuochi, sulla sensibilità dei commensali, sulla piacevolezza complessiva del gusto e dell’ambiente prescelto per… mangiare. Questo trionfo ha un senso se è abbinato alla giusta esaltazione della tipicità del cibo, alla sua carica di verità che arriva da lontano. La cucina tipica, insomma, incarna la personalità di un popolo, l’identità di un territorio e della gente che vi abita, esprimendone le conquiste ed i progressi facilitati dagli incontri e dai viaggi, e dai contatti con altri esempi forti: è tradizione nel senso pieno del termine, dinamico e mobile. E’ un flusso di esperienze sempre nuove, del quale non si può dimenticare il principio.

Per l’isola d’Ischia, riscoprire la cucina tipica significa sollevare finalmente il velo su un aspetto della sua insularità che, negli ultimi anni, è rimasto come schiacciato dalla sua stessa fama di località internazionale del turismo, dalla bellezza del suo paesaggio ricco e diversificato, dall’importanza degli ospiti “vip” che l’hanno frequentata e continuano a farlo.

Gli isolani sono rimasti come abbagliati dal grande sviluppo e hanno smarrito il senso del “tipico”. E’ arrivato il momento di cambiare rotta: è il momento di “urlare” la nostra cultura antica e le nostre tradizioni in cucina.

Tradizioni ischitane delle quali fa parte, nel tempo (prima e dopo) di Carnevale, ovviamente anche il maiale, che ci aiuta a sapere… qualcosa in più di noi stessi. Tant’è che, come ricorda l’antropologo Ugo Vuoso, per il contadino il vero Capodanno corrisponde al Carnevale, che è personificato proprio dal… porco: è la stagione breve delle oscenità consentite, delle risate e degli scherzi, degli eccessi alimentari.

Va detto, d’altro canto, che un famoso giudice dell’800, Gaetano Amalfi, ci evidenziava un aspetto… non tanto rimosso dell’ischitanità: l’avarizia. Infatti, gli ischitani di solito ammazzavano il maiale in tempo di Quaresima, per evitare di distribuire le parti dell’animale agli amici, com’era consuetudine. Questi pezzi di porco, quando venivano distribuiti costituivano dei veri e propri regali, ed erano chiamati ‘u signe, il segno, il dono: a seconda dell’importanza del pezzo donato, si stabiliva l’importanza dell’amicizia. E la coda del porco, ovviamente, finiva sempre a qualche… parente meno nobile.

Il maiale, in questa prospettiva, conservava la caratteristica di animale comunitario, aggiunge Vuoso, tant’è che tutti i monaci di Sant’Antonio – anche nel monastero di Ischia – allevavano il maiale lasciandolo libero, con un campanello appeso al collo: alla sua alimentazione provvedeva tutto il contado. Alla fine, a cibarsi del porco, erano naturalmente i monaci, insieme a quanti “ruotavano” nell’orbita del monastero.

Lo Spatuzzi, uno studioso della cucina povera napoletana, nel 1863, scriveva che i poveri erano immensamente ghiotti della carne di porco, in inverno: “Le favorevoli condizioni del nostro suolo per l’ingrasso di questo animale ci fanno avere le sue carni in maggiore abbondanza… Il fegato di porco diviso in pezzi ed avvolto nell’ dello stesso animale con le frondi di lauro in mezzo, si fa arrostire e riesce un cibo immensamente gradito al nostro popolo: non meno però del così detto fatto pure dai visceri del porco, che ridotti in pezzi assai minuti si fanno cuocere in molta sostanza grassa condita con pepe, peperoni fortissimi, foglie di lauro ed altre sostanze aromatiche, per modo che si ha un cibo fortemente stimolante, che nei mesi invernali serve di esca ai bevoni, e non manca mai nelle mense del carnovale”.

Lejla Mancusi Sorrentino sottolinea che, “anche se la carne era un lusso, il maiale è stato sempre diffuso in Campania, basti pensare che fino all’Ottocento erano poche le famiglie che non ne allevassero uno, e chi abitava in città lo metteva all’ingrasso sul balcone o a razzolare davanti alla porta di casa legato con una corda”.

Il porco è figlio del cinghiale europeo e del maiale asiatico. E bisogna dare merito a Francesco I di Borbone, se allora si produsse nella nostra regione, il primo di una serie di incroci: quello tra le razze Pelatella e Yorkshire, che diede il via alla crescita della struttura fisica del porco.

Lo stesso… porco che, in almeno duemila esemplari, ancora oggi viene allevato nella nostra splendida isola.

«Pochi animali domestici – scrive Alberto Capatti – hanno indotto, come il maiale, a considerazioni sul loro carattere onnivoro e sulla loro specie mangereccia. Nessuno ha suscitato una letteratura morale tanto copiosa. Basta evocarlo, per ritrovarsi nelle malebolge del sesso… sbracati a tavola… Vittima predestinata delle culture tradizionali, ha sempre prestato il proprio corpo ai vizi umani, servendo da controfigura alle voglie di carne».

E torniamo indietro. Marco Terenzio Varrone, un intellettuale-agronomo dell’antica Roma, ricordava come allora fosse diffuso un detto: “il suino è stato donato dalla Natura per banchettare”. Del resto, nella nostra Penisola, sembra che già per gli Etruschi quella suina fosse la principale fonte alimentare di carne. Poi i romani ne perfezionarono l’allevamento: e non mancano citazioni, disquisizioni, suggerimenti dai grandi Columella (naturalista ante-litteram), Apicio (che chef, a quei tempi!) e l’eccellente, intrigante Marziale, poeta sopraffino e malizioso narratore in versi di pregi e difetti dell’umanità latina. Il maiale era comunque un cibo per pochi.

Lo apprezzavano anche i popoli germanici, i Barbari, che li tenevano allo stato brado nei boschi: il rapporto tra uomini e animali, con loro, è diventato complementare, e quando invasero l’Italia, la loro “agroticità” si diffuse ovunque. Per secoli, così, dobbiamo immaginare questi animali grufolanti intorno alle abitazioni, nutriti con gli scarti o con cibi non utilizzati nell’alimentazione umana.

E ci viene in mente qualcosa di molto vicino anche alle attuali consuetudini campagnole d’Ischia.

L’importanza del maiale, ancorché “porcus, quasi spurcus”, come si è sempre ripetuto, nei tempi recenti s’è introdotta di forza nel nostro immaginario, in una cultura letteraria e favolistica, oltre il lontano Bertoldo, e nei fumetti, e nell’arte, nel cinema, su livelli e caratteristiche ben diverse: l’intelligenza, soprattutto. Che dire dei Tre Porcellini di Disney, con Jimmy che fa… sempre la festa ad Ezechiele, il lupo cattivo? Il sindaco di Paperopoli ha il volto del maiale, e riesce sempre a far pagare le tasse a Zio Paperone. Ed ancora, il film di Babe il porcellino, che fa stravincere – che splendida favola anglosassone – al suo padrone il trofeo per cani da gregge?
E i maiali di George Orwell, ne La fattoria degli animali, così furbi da diventare dittatori? E poi, accentuando l’antropomorfismo… naturale, come non ricordare quei ritratti lardosamente trionfali di Botero?

E poi, questi porci-maiali sono straordinari come cercatori di tartufi, ed… ottimi come animali da compagnia: ormai lo sappiamo tutti, sotto la campana comunicatoria.

Insomma il mondo-maiale è ricchissimo di sfaccettature, di paradossi, di storie un po’ strane, come quelle (ed è tutta… colpa degli antichi Egizi), che volevano la reincarnazione delle anime degli uomini malvagi, dopo la morte, in maiali appunto. Il maiale, tra i faraoni, era sacro a Seth, un dio malvagio e cattivo. E anche Cristo scelse i maiali per “contenervi” il demonio.

Insomma, qualche simbolismo di troppo, ci indurrebbe a pensare che, in ogni caso, almeno a tavola, non si dovrebbe esagerare col… porco: e questo piacerebbe certo a chi intende far la dieta. Più agevolmente, chi guarda al suo peso corporeo, più che al piacere del palato, può demonizzare il nostro… porcello.

Eppure del maiale, il grasso e in particolare il lardo, sono stati a lungo usati in medicina, con buona pace di chi tentenna… sulla cotenna. Gli impiastri di lardo ed erbe aromatiche, sul petto e la gola, erano utilizzati per curare la tosse e il raffreddore. E poi, con gli impiastri di lardo non si curava anche il cosiddetto “Fuoco di Sant’Antonio”?
Ma la medicina moderna soprattutto, grazie a sperimentazioni, a tecniche di bioingegneria, a certezze relative all’ottima riuscita delle migliaia di trapianti eseguiti (su tutti, quelli delle valvole cardiache) con “pezzi” di maiale sull’uomo, esalta la stupenda e complessa complementarità progressiva con l’amico maiale.

Ma ora è tempo di trasferirci in tavola. Lo facciamo attingendo ad una ricetta dell’abate Vincenzo Corrado che, nel 1778, pubblicò a Napoli il “Cuoco galante”, che ebbe allora un successo incredibile, con ristampe molteplici Era il primo testo di cucina napoletana, della quale rivalutò la tipicità.

Ed ecco, allora, il “Porchetto da latte arrostito”, del nostro don Vincenzo, che in pochi tratti e col fraseggiare d’allora, ci sintetizza tutto quanto finora esposto:

Ingredienti: 1 porco, latte, olio acqua, sale condito, pane grattato, semi di finocchio. Benché il porco sia animale immondo, ha però la sua carne saporitissima, ed è più gustosa di qualsivoglia altra carne; anzi par che senza quella, tutte le altre abbiano dell’insipido, e perciò se ne fa molto uso, non solo nelle cucine de’ Grandi, ma ancora di mediocre condizione; e quando questa mancasse, mancherebbe l’esca più dilettevole de’ nostri palati. E siccome innumerabili sono i diversi sapori della carne porcina, così infiniti sono le maniere di cuocerla, e condirla. La stagione del porco è nell’inverno, e tanto più riesce di gusto, quando fa più freddo. Il porchetto di latte è ottimo a cuocersi arrostito, il quale nel girar che farà, si ungerà con olio acqua e di sale condito, e prima di servirlo se le farà una crosta con pane grattato, e polvere di semi di finocchio”.

L’acquolina è progressiva. Ma il nostro signor maiale merita qualche ulteriore considerazione.

«I turisti – scrive Carlo Moriondo, giornalista e storico – che si affacciano dalle Alpi per scendere nel nostro Bel Paese vedono l’Italia piuttosto come un immane banchetto lungo centinaia di chilometri, pronto tutto per loro. Viva i musei, quindi, ma viva anche i ristoranti, purché si adeguino ai riti dell’autentica Cucina con la C maiuscola, che così diventa un fatto socio-economico di enorme rilievo per tutto il paese. Ma noi per primi, noi che in questa incredibile Italia ci viviamo, come ci comportiamo? Non scivoliamo forse tutti insieme, senza accorgercene, verso le insidie del “fast food”, cibo svelto, che nel suo nome ha la sua stessa condanna?».

Ingeriamo cibo o… mangiamo? Polemica ormai… digerita, o malvezzo ancora attualissimo? La corretta alimentazione è al centro delle preoccupazioni di scienziati e grandi chef allo stesso modo: giornali e tv sono pieni di consigli, indicazioni, prescrizioni, ricette mediche e ricette gastronomiche. Proprio nel momento in cui il gusto (e la nostra salute) rischia davvero, una volta per tutte, di azzerarsi e appiattirsi per colpa delle mutazioni genetiche dei prodotti destinati ad alimentarci, della massiva e invasiva tecnologia dei sistemi di coltivazione, allevamento, “fabbricazione” e conservazione di quanto finisce sulla nostra tavola; proprio quando sembra arrivata la svolta (in peggio) epocale, ecco che c’è un grande rilancio, un recupero, una voglia sempre crescente di genuinità, di bontà, di profumi e sapori, di tipicità, di diversità e cultura gastronomica, come dicevamo all’inizio.

Scegliamo la seconda strada, con forza, anche ad Ischia: mangiare e cucinare “bene” costituiscono un invito esplicito ai turisti, sempre più alla ricerca di qualità e cose tipiche, che fanno rima con benessere. Un esempio immediato? Cosa c’è di più verace, e non solo quando cresce l’atmosfera carnevalesca, del nostro maiale? Migliaia di modi di metterlo… nel piatto ed una sola verità: per la nostra cucina ed il nostro spirito godereccio, sembra davvero impensabile fare a meno di un gustoso e soave porcello.
Un porcello con le ali, per farci volare nei trionfali sapori della storia, così come nelle possibili voluttà umane, con ironia, creatività, gusto, affabilità ed una giusta dose di carnalità. Voliamo alto, come i maiali “alati” della nostra letteratura erotico-soft degli Anni Settanta, come i continui richiami sensuali di Sua Suinità ci impongono.
Richiami che sono artistici, in ogni caso, nel senso che ci aprono le porte alla libertà, all’autarchia, al brivido sensoriale, ad una trasgressione invocata e passabile, al passaggio continuo in andirivieni tra realtà e fantasia.

E vi offriamo un altro esempio “puro” di quanto la cucina “vera” e, in questo caso il maiale, possa ispirare pagine altissime, concrete, slow e virtuali insieme, in dichiarata guerra con il fast. Del resto, mangiar bene è come fare l’amore: meglio, molto meglio “slow”.
Ecco una ricetta ad hoc di Pepe Carvalho, l’investigatore inventato dal mai troppo compianto Manuel Vázquez Montalbán, che aspetta solo di essere provata e che vi proponiamo con il contesto giallistico-letterario tratto da “Storie di fantasmi” con il quale viene riportata nel volume “Le ricette di Pepe Carvalho” (Feltrinelli):

(…)

– “Qui si mangia roba normale, signore. Come a Parigi o a Valldolid”.

– “Mi rimane sempre la possibilità di assaporare la cucina canaria a Parigi o a Valladolid. Non avete mai assaggiato nemmeno il maiale stregato?”

– “Domanderò a mia madre, forse lei…”

– “ Ma voi cosa mangiate?”

– “Quel che capita.”

– “Il maiale stregato è un piatto di carne sminuzzata con patate, succo di limone, aglio pestato e olio fritto, che si versa sopra per scottare il tutto.”

– “Lei ha già vissuto alle Canarie?”

– “No, ma ho lavorato in Venezuela con un collega canario che voleva metter su un ristorante dopo essere andato in pensione.”

– “Beh, del maiale stregato, per quanto mi riguarda, mai sentito parlare. E tu?”

– “Io, appena mi si toglie l’hamburger, mi sento perduto.”

Maiale stregato: 1 chilo di carne di maiale; ¾ di chilo di patate piccole; 1 testa d’aglio sbucciata; 2 arance aspre o limoni; olio e sale.

Si lessa in acqua e sale il maiale tagliato a pezzi.

A cottura ultimata si prende la carne, la si mette sull’asse e la si batte con il pestello per intenerirla ulteriormente e poterla così spezzare a listarelle con le dita. Disporre la carne su un vassoio insieme a una salsa fatta con l’aglio, sale e il succo delle arance aspre o dei limoni.
Si scalda l’olio nella padella fino a quando comincia a fumare e si versa sulla carne condita. Si serve quindi insieme alle patate lessate.

Festa del Vino Novello alle Cantine Pietratorcia

– di Gerardo Calise

Sabato scorso nel primo pomeriggio c’è stata la ormai tradizionale festa del Vino Novello presso le Cantine Pietratorcia alla contrada Cuotto, nella parte sudoccidentale di Forio. Le famiglie Iacono, Regine e Verde, proprietarie della ormai famosa realtà enologica foriana, erano al gran completo, per festeggiare insieme ai clienti, amici, contadini che conferiscono la loro uva per farla diventare un buon vino, tutti coloro che colgono questa bella occasione per fare festa.

Questo appuntamento amicale-enogastronomico è giunto al dodicesimo anno di vita. Le tre famiglie socie delle Cantine Pietratorcia erano in prima fila ad accogliere nel migliore dei modi tutti i convenuti, e vi assicuro sono stati tantissimi, una vera fiumana di persone in doppio senso, come si davano il turno. In prima fila abbiamo notato vecchi contadini, come Franzino Iacono, Vito Carcaterra, Vituccio ‘e zappacenere, tanti altri di cui non ricordo i nomi, felici come una pasqua, con Vito Verde e la sua famiglia, Bartiluccio Regine, anche in veste di oste, insieme al grande personaggio Ruggiero, amico da sempre del Cardinale, autentico padrone del banco, dietro il quale sbrigava centinaia di persone, con una freschezza giovanile inusuale. Fuori il cortile, il mitico Mario Capuano, sempre più personaggio, anche nell’abbigliamento, tipico di altri tempi, che quando celebra il Cardinale sembra essere stato sempre un provetto cuoco, un vero gourmet, dimenticandosi di essere un eccellente giardiniere. Altro personaggio, alla griglia, Aniello “piccolo paradiso” Di Maio, che ha cotto quintali di pietanze, soprattutto castagne, senza un briciolo di stanchezza. Non offendo nessuno se elogio ancora una volta l’anfitrione per antonomasia, Franco Iacono. Padrone di casa generoso ed ospitale, che sta attento ad ogni più piccolo dettaglio, affinchè i suoi soliti ingredienti, semplici, genuini, quelli di sempre, stiano tutti al loro posto. Dal pane, alle torte, preparate dalle sue donne, Carmelina, l’adorata sorella siamese, e dalla sempre amata Anna, moglie esemplare, vera regista occulta di tutto il cast, di prim’ordine.

Quest’anno, oltre alle solite pietanze, abbondanti, squisite e sempre ben accoppiate, innaffiate, ovviamente, dal Novello Pietratorcia, sono stato colpito da una bella novità, una folta partecipazione di tantissimi giovani. Nei miei resoconti estivi delle tante manifestazioni tenutesi presso l’Antica Libreria Mattera-Cantine Pietratorcia a San Gaetano, mi ero soffermato spesso sul fatto che i convenuti, sempre numerosi, non andavano mai via prima della conclusione delle manifestazioni, e spesso tanto tempo dopo. Sembravamo aderenti ad una setta religiosa, che teneva il suo ritiro ciclico, con tante persone che superavano gli anta. Invece, ad un esame più attento, siamo tanti, tanti soggetti che vogliono riprendersi in mano una vita più accettabile, più umana, più in comunione con i propri simili. Queste manifestazioni, dicevo, diventano un pretesto per stare insieme, anche se attratti da una bella dose di nutella, che nel nostro caso sono tante pietanze varie e ben assortite cucinate da dio da mani esperte e brave. In questa dodicesima edizione, dicevo, sono stato colpito dalla presenza di una folta rappresentanza giovanile, proveniente da tutta l’Isola, segnale inequivocabile che i nostri giovani incominciano a sentire forte e chiaro un bisogno interiore di interagire con il proprio simile, non in modo virtuale come accade da un po’ di tempo. Questa considezione mi porta ad un ricordo che supera i venti anni, quando su una corrispondenza da Berlino del Corsera, lessi un articolo che non ho mai dimenticato, data la sua atrocità. Riferiva di una statistica, nella ormai svuotata ex capitale tedesca, dove nei pomeriggi domenicali, quando pare si raggiunge il massimo della tristezza, si verificava un alto numero di suicidi, soprattutto di vedove anziane. Donne abbandonate dai loro figli costretti a scappare all’ovest a cercare fortuna, e rimaste desolatamente sole, trovavano nel suicidio, il rimedio più efficace. Il paradosso attuale di una società che non vive più a misura d’uomo, come lo stesso Franco Iacono ci ha spiegato a tinte forti e brutali qualche giorno fa in un articolo, che io considero un vero saggio in proposito, apparso sul Golfo e sul Corriere del Mezzogiorno. Città che si sono riempite a dismisura di tanti abitanti, nell’era delle telecomunicazioni, e però, non ci si conosce nessuno, e se ci si conosce, si vive in uno stato perenne di frizione e di conflittualità full time. Nelle case, dove manca ogni forma di dialogo, deleghiamo alle varie tribù, alle community, ai live messanger, e fatto ancora più grave, i nostri familiari vengono a conoscere i nostri sentimenti attraverso un sms, o ai tanti Amici, le varie Isole ed il famigerato Grande Fratello, che inizia a reclutare nuove leve per la prossima ennesima, squallida edizione. Tutto questo ha fatto sì che il vero male del nostro tempo, un micidiale cancro collettivo, sia diventata la solitudine. Non soffrono più questa infida malattia le vecchie vedove in città anonime e grige, ma i tentacoli di questa peste del nostro tempo stanno carpendo anche le giovani generazioni, sempre più sole ed indifese verso questo vero mostro invisibile e micidiale. Io dicevo in qualche altra occasione, passando anche per un fan eccessivo del Cardinale, che mi tengo ben stretto questi rari esempi di persone che riescono a coagulare intorno a sé tanta gente desiderosa di non essere colpita da questa malattia dei nostri giorni: la solitudine. Io mi tengo ben stretti questi personaggi, perché li vedo come l’unico antitodo per debellare questa triste eventualità di rimanere soli. Prima degli ultimi tragici avvenimenti, non solo isolani, forse non si è mai affrontato, seppur marginalmente, questo profondo senso di solitudine che avvertono i nostri giovani. Noi adulti, non abbiamo mai prestato la giusta attenzione ad uno dei disagi maggiori a cui sono soggeti le nostre giovani leve.

Concludendo, mi sembra di poter affermare che questa dodicesima edizione del Vino Novello Pietratorcia, sarà ricordata come quella più frequentata da giovani e giovanissimi, che hanno trovato ad accoglierli una buona rappresentanza della Banda Insieme per La Musica, capitanata dal M° Claudio Matarese, e dal quartetto folk di Lello ‘u seniello e Dino Camardella, sempre divertentissimi e simpaticissimi, in antico costume foriano Tutto questo nello splendido scenario, sulle collinette che sovrastano la Baia di Citara-Giardini Poseidon, tutte ancora coltivate, grazie ad antiche tradizioni della famiglia Verde ‘e mic’, con la pianta delle piante, la vite, che in queste zone trova il suo habitat naturale. Il raccolto viene portato nella antica cantina, che è posta sulla sommità di una delle collinette, e che gode di una sapiente e bella illuminazione artificiale, che di sera la fanno somigliare tanto ad un vecchio santuario.

Fra i tanti convenuti tantissima gente famosa di tutta l’Isola, tra cui tanti che rivestono od hanno rivestito incarichi importanti di prim’ordine. Una menzione particolare, al segretario del Cardinale, il prof. Gigiotto Rispoli, che questa volta ha messo da parte la sua riconosciuta e forbita dialettica, dando il meglio di sé con affilatissime mascelle. Ma a dire la verità, molti hanno “mangiucchiato” facendo impallidire i più agguerriti piranias. Nel tornare a casa, ero convinto che la gente ospitata sia stata molto più contenta della squisita ospitalità e compagnia di tante persone felici che per l’altrettanta squisitezza delle cibagioni. Complimenti di cuore ai padroni di casa Pietratorcia, che festeggia con onore i suoi ottimi vini della nostra Isola d’Ischia, ormai famosi dovunque.

Chiara Castellani una lampadina per Kimbau

A Gerardo, che accende i flash nella realtà anche su cui molti vorrebbero spegnere le luci. E’ la dedica che Chiara Castellani, la doctora Clarita, mi ha autografato dedicandomelo il suo splendido libro “Una lampadina per Kimbau”, edito da Mondadori e scritto in collaborazione con Mariapia Bonanate.

Un libro in cui si raccontano dal vivo i massacri, le violenze, le crudeltà, il martirio di migliaia e migliaia di esseri umani, colpevoli solamente perché nati in posti ricchissimi come giacimenti e miniere, ma poverissimi perché sfruttati dalle grandi potenze. Tante guerre dimenticate, che Chiara chiama taciute, veri stermini a cielo aperto, dove la cattiveria umana raggiunge la sua massima espressione di perfezione. Chiara ha vissuto tantissimi anni della sua ancora giovane vita in mezzo a tante guerre, prima in Nicaragua poi nel Congo Belga. Sempre al centro di sangue, sofferenze, odii.– di Gerardo Calise

A Gerardo, che accende i flash nella realtà anche su cui molti vorrebbero spegnere le luci. E’ la dedica che Chiara Castellani, la doctora Clarita, mi ha autografato dedicandomelo il suo splendido libro “Una lampadina per Kimbau”, edito da Mondadori e scritto in collaborazione con Mariapia Bonanate.

Un libro in cui si raccontano dal vivo i massacri, le violenze, le crudeltà, il martirio di migliaia e migliaia di esseri umani, colpevoli solamente perché nati in posti ricchissimi come giacimenti e miniere, ma poverissimi perché sfruttati dalle grandi potenze. Tante guerre dimenticate, che Chiara chiama taciute, veri stermini a cielo aperto, dove la cattiveria umana raggiunge la sua massima espressione di perfezione. Chiara ha vissuto tantissimi anni della sua ancora giovane vita in mezzo a tante guerre, prima in Nicaragua poi nel Congo Belga. Sempre al centro di sangue, sofferenze, odii.

La conoscenza con Chiara Castellani, l’ho fatta in occasione della Veglia Missionaria tenutasi lo scorso 24 ottobre presso il salone dei congressi della Regina Isabella, veglia presieduta dal nostro amatissimo Vescovo, P.Filippo Strofaldi. Una sala gremitissima, trasformata come d’incanto, in un luogo di preghiera, bello, caldo, accogliente, dove tante persone hanno pregato, cantato, battuto a tempo le mani, accompagnando le canzoni, sotto la direzione di Christian, con tanta partecipazione, passione, gioia. Ancora una volta da citare, le profonde e toccanti parole che il nostro Pastore sa incastonare nelle sue illuminanti omelie, sempre cariche di significato, toccando le corde della Fede, in modo giusto, fermo e dolce. “Noi preferiamo donare a Dio un pò del nostro tempo, un po’ della nostra vita, un po’ del cibo che avanza, ciò, che in generale è di superfluo, ma Lui da noi pretende tutto, come da buoni cristiani dovremmo sapere. Lui ci invita a volare alto”. Mi sembra che sia quello che ha saputo fare questo scricchiolo di donna, che non arriverà ai cinquenta chili. Mi sono ritrovato vicino a lei per qualche scatto fotografico, insignificante, con una età indefinita, con delle movenze felpate, quasi timorosa di dare fastidio. Poi, quando si è recata al palchetto per parlare, testimoniando la sua paurosa e pericolosissima vita, dalla sue labbra sottili ne è uscita fuori una voce con una cadenza dolce, con una erre moscia ed arrotondata, che faceva più affascinante il suo racconto. Ne sono rimasto calamitato, siamo rimasti tutti attentissimi ad ascoltarla, eravamo quasi settecento persone, a guardare ed ascoltare questo splendido esempio di come ci si deve relazionare con Dio. Il suo racconto che era intriso di disgrazie, morte, atrocità, tutte vissute in prima persona, unico medico per 150.000 persone, in una delle zone più difficili del Pianeta, in piena Africa nera. Però tutto questa tragedia, un fondo di speranza, di tanti sorrisi di bimbi aiutati a venire alla luce, una profonda dolcezza radicata nella convinzione di annientarsi per il bene del prossimo che ha tanto bisogno del suo aiuto.

La fede di una missionaria laica, che sente il bisogno insopprimibile di non arrendersi all’onda anomala del male, che invade tutto ciò che incontra, ma lei, uno scricchiolo di donna che forma il bozzolo di una anima senza confine di peso o di volume, non demorde. Un’anima alimentata da una profonda Fede che lei è decisa a mettere in pratica dedicandosi totalmente agli altri. Tu pensi che un chirurgo che ha perso un braccio, e che continui ad operare? Ebbene, Chiara dopo aver perso un braccio, quello destro, in un pauroso incidente sulla “strada” Kinshasa e Kimbau, nel dicembre 1992, dopo essersi rimessa per benino presso il Gemelli di Roma, ritorna in Africa, dove riprende ad operare con l’aiuto di un infermiere-chirurgo, come lo chiama lei, e la sua equipe. “Ricomnicerò a fare con la mano sinistra quello che facevo con la destra. Tornerò fra i miei ammalati, il mio posto è là, non posso deludere la gente che in queste settimane ha pregato tanto per me”. Non vi si accappona la pelle? Non vi vengono i brividi a leggere queste parole? Noi presenti alla veglia, le abbiamo ascoltate da lei queste parole, con la sua voce suadente, dolce, decisa, impaurita ed impavida, sempre ritta sul suo esile tronco. In me si è aperto, nell’ascoltarla e nel conoscerla da vicino, un profondo squarcio di luce, di speranza, di fede, ma nello stesso tempo mi sono sentito così piccolo, meschino, misero nei confronti di ciò che lei ha saputo fare glorificando Dio. Non mi sembrava vero di trovarti di fronte un essere fatto di carne ed ossa come te, ma con un motere dentro capace di spingere tutto ciò che ha davanti, senza paura di non farcela, con la piena consapevolezza che lei “deve” donarsi totalmente al suo prossimo. Lo senti in modo forte e chiaro quando incontri un essere che è sensibilmente più vicino di te all’Essere Supremo. Te ne accorgi, perché stanno in una dimensione di libertà, senza lacci e lacciuoli, ti ricordano immediatamente di quando S.Francesco si “denudò” non solo fisicamente, dei beni terreni. Nudo davanti a Dio, senza impurità, pronto ad essere suo strumento per aiutare i suoi figli, i nosti fratelli.

Dopo aver studiato come ginecologo per dare la vita, mi sono trovata a lavorare come chirurgo di guerra. Il bisturi che amavo usare per i cesarei, l’ho dovuto usare per mutilare, per tagliare su carne viva, arti, smembrandoli, diventati come morte. Tagliare sempre più in alto, perché la cancrena avanza ben al di là della ferita di arma da fuoco. E’ ancor più della ferita, provoca sofferenza estrema”. Sono alcune righe che Chiara, chirurgo di guerra, scrisse ad Oriana Fallaci, inviato di guerra. Nel profondo della savana, tra tantissime difficoltà, Chiara ci è stata per stare più vicino alla gente di Dio, alla quale non si deve mai mentire. L’incontro con le persone come Chiara Castellani, sono capaci di spazzare via la paura di tutti noi dell’angoscia. Questa forza indefinita che ti prende dentro, ti soffoca, non ti lascia respirare, reagire, ti fa sentire meno il senso della vita, ti scollega con la realtà. Invece l’esempio che ci dona una persona come Chiara, ci aiuta a superare qualunque forma di sofferenza, anche quando si è “dall’altra parte del bisturi”, come è capitato a lei. Lei che come chirurgo, prima di diventare una missionaria, si credeva quasi la padrona del mondo, della vita altrui. Poi quando è stata totalmente attratta alla vita evangelica, ha capito e ci fa capire che lei “passero con un’ala sola”, può volare lo stesso, con l’aiuto degli altri, di tanti altri, che vanno a sostuire degnamente l’ala mancante. Il suo incontro, in me, ha rigenerato la speranza, anzi , la certezza che Dio ci vuole ancora bene, dimostrandosi in questo bell’esempio di vita vissuta per gli altri. La sua esperienza, ci dimostra in modo inequivocabile, che la vita acquista maggior valore proprio nei luoghi o nei momenti in cui sembra non aver alcun valore. Nei luoghi dove non vale la pena sopravvivere a tante sofferenze ed ingiustizie, tutte concentrate in posti dimenticati da tutti. Volevo ricordare, infine, che Chiara Castellani, parmense del 1956, è stata premiata nel 2001 a Saint Vincent come Donna dell’Anno, e che grazie alla vecchia conoscenza con il Parroco Don Gioacchino abbiamo avuto la fortuna di poterla conoscere da vicino ed apprezzarne le sue tantissime virtù, descritte in piccola parte in questo nostro modesto contributo. Penso di esprimere il pensiero di tante persone, affermando che l’incontro con una donna di Dio come Chiara ti ritempra, ti rigenera, ti fa capire che il più misero di noi può arrivare ad essere un buon cristiano, basta volerlo, e donarsi in toto al Signore.

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Inaugurazione tenuta Giardini Arimei a Forio

– di Gerardo Calise

Sabato 6 ottobre sono stato un fortunato testimone oculare di un evento storico sulla nostra Isola d’Ischia: l’inaugurazione ufficiale delle Cantine Giardini di Arimei a Forio, nella contrada Montecorvo.

La tenuta Giardini Arimei sorge nella vecchia proprietà della famiglia Milone, nota e ricca famiglia foriana sin dal 1700, con origine calabre. La proprietà che si estende per circa 7 ettari fu acquistata definitivamente dalla famiglia dei F.lli Muratori nel 2003. Il primo vigneto è quello di località Pastino, e risale al 2002. Il nome Arimei, proviene dal vecchio nome etrusco di Ischia, Arime, terra di fuoco. Gli impianti delle vigne a Montecorvo sono del 2004. Il vigneto, quando sarà impiantato quello delle Fumarole alte, raggiungerà i 4,5 ettari di estensione.

I fratelli Muratori, Bruno, Diego, Giuliano e Giorgio, provengono dalla Franciacorta in provincia di Brescia, e sono proprietari della Giemme Filati di Capriolo(Bs). Nel 1998 decidono di diversificare i loro interessi, aggiungendo al tessile quello agricolo, oltre ad avere interessi nel campo finanziario e mobiliare. L’avventura nel campo agricolo inizia con l’incontro di un esperto , con esperienze intenazionali, come agronomo ed enologo, Francesco Iacono, che era il responsabile della ricerca in viticoltura presso l’Istituto di S.Michele all’Adige, alle porte di Trento.

In questo periodo nasce il progetto di impresa dell’Azienda Agricola F.lli Muratori, e viene coniato il termine Progetto Arcipelago, termine inventato dallo Iacono, che nel frattempo era diventato direttore generale dell’Azienda. E’ chiaro che il termine Arcipelago vien fuori, anche forse un po’ incosciamente, dalle sue origini ischitane, ma esprime benissimo ciò che il nuovo, giovane e geniale, progetto industriale vuole fare da grande: tante isole, sul cui territorio verrà prodotto il “suo” vino, con caratteristiche specifiche e peculiari. Sarà così sfruttata al meglio la vocazione particolare, valutando o rivalutando, con i dovuti accorgimenti della moderna enologia, i vitigni autoctoni.

La prima Isola, di nome Villa Crespia, ovviamente in Franciacorta, che ormai in tutto il mondo è conosciuta come la Champagne italiana, dove vengono coltivate uve per fare, quasi esclusivamente, spumanti con metodo classico.

La seconda Isola, Rubbia al Colle Suvereto nella Maremma Toscana, nell’entroterra livornese, realtà schiacciata dalle mode e dalla fama del Brunello e del Chianti.

La terza Isola, Oppida Aminea nel Sannio, in piena provincia beneventana, in terre incolte da tantissimi anni.

La quarta, la nostra vera Isola, che appunto prende il nome dalla vecchia Arime, che come dicevo pocanzi, sicuramente è stata scelta per volontà di quello che poi è diventato vice-presidente della Azienda, Francesco Iacono. Tutte queste Isole, sono nate in un contesto di recupero ambientale, quasi totale, una specie di scoperta archeologia a cielo aperto, come nel caso di Montecorvo, dove la ex proprietà Milone era stata soffocata da una fiorentissima piantagione di rovi e sterpaglie di dimesioni bibliche.

Dunque l’aspetto non secondario della F.lli Muratori, sta nel produrre vino di altissima qualità, in un ambiente riconquistato alle sue origini ed alla sua storia, fatto di un lungo cammino in campo enologico. Questo particolare, mi rincuora non poco, perché ricordo che quando frequentavo l’Università, prima di dare qualche esame, andavo a rilassarmi nella contrada, tra Bocca e Montecorvo, dove respiravo un’aria tutta particolare, un ritorno al passato, forse. Ma nello stesso tempo, mi rattristavo nel vedere sempre più abbandonata, e conquistata in modo totale dall’incuria e dall’abbandono. Mi chiedevo come era stato possibile ridurre in quello stato la parte migliore della nostra Isola, almeno dal punto di vista enologico. Mi piangeva il cuore a vederla così malridotta. Poi un giorno sentii una bella notizia, che sembrava un bel sogno, che in quella contrada, sarebbe stata reimpianta di nuovo la vite, la vita, si sarebbe di nuovo fatto il vino!

Tenendo conto che qualche anno prima erano nate le ormai apprezzate e famose Cantine di Pietratorcia, e che nello stesso comprensorio la D’Ambra Vini aveva rilevato l’antica tenuta del Marchese Piromallo, mi son detto fra me, che i famosi tre indizi, a questo punto, portavano ad una prova certa, che la zona del Vino, Montecorvo appunto, avrebbe di nuovo aperto i battenti a nuova vita. La grande fama che ha sempre avuto Forio, nota come luogo d’eccezione per il vino, va a rinnovarsi con nuove e splendide realtà, con circa 30 ettari utilizzati per produrre vino di altissima qualità e pregio.

Alla conferenza inaugurale, svoltasi in un bellissimo anfiteatro naturale, erano state invitate circa 200 persone, tra cui il gotha della enogastronomia nazionale. Il moderatore, Federico Quaranta di RadioRai, ha condotto con il solito piglio professionale ed impeccabile. Gli interventi del presidente, Bruno Muratori e del Vice, Francesco Iacono, hanno messo in evidenza gli immani sforzi e la tantissima bravura delle maestranze locali nel ricostruire circa 3 km di parracine, muri a secco di tufo verde, tipiche del posto, e di tantissimi altri sacrifici nell’impiantare una nuova realtà produttiva. Abbiamo avuto quelli del Prof. Ugo Vuoso e del vice presidente nazionale di slow food, Giacomo Mojoli. Il primo ha fatto un escursus storico della nostra Isola, mentre il Mojoli ha messo in risalto la grande scommessa di un nuovo modello di viticoltura, ecosintonico, come lo ha definito, questo nuovo progetto della famiglia Muratori.

C’è stato anche il saluto del Sindaco, il Dr Franco Regine, che si è complimentato con la nuova e splendida struttura produttiva nel suo territorio. L’intervento, forse fuori programma, della regista Lina Wertmuller, in splendida forma, che ha pronunciato un vero atto d’amore nei confronti della nostra terra, alla quale non manca proprio nulla, e che era già nota sin dall’antichità. Ha messo in risalto i tantissimi film girati sulla nostra Isola, mostrando un disgusto notevole per le mega navi da crociere, che le ha definite dei palazzoni galleggianti, brutti e mostruosi. Ha ricordato le tante personalità che hanno frequentato i nostri lidi, invogliandoci a fare un turismo di qualità, fortemente di qualità. Dopo la conferenza, la grande regista è stata la madrina della inaugurazione della enorme cantina, con il taglio del classico nastrino tricolore, e degli altrettanti classici flash dei fotografi. Siamo passati, grazie al gruppo Folk di Buonopane, alla esecuzione della Battuta dell’astrico, ‘U puntone, ed alla Classica ‘Ndrezzata, eseguite su un palco sorretto sempre da un bel muro di tufo verde, alle spalle dell’anfiteatro dove si era tenuta la conferenza. Spettacolo e locazione impeccabili.

La cantina, la vecchia cantina del 1700, sommersa da sterpaglie, terreno e tanto altro ancora, venuta alla luce, come una vera operazione archeologica, dicevo pocanzi. Avevo sempre sentito parlare di questo posto magico, ma vedere rifatto ex- novo l’ampio salone rettangolare, con un enorme tavolo al centro, ed un tetto in pali di rovere intrecciati alla vecchia maniera; rivedere i palmenti, di varia misura, le classiche ventarole nella parti alte della cantina. Autentiche maniche a vento, che servono come prese d’aria ai quattro punti cardinali, per captare, tutti i tipi di vento. La cantina ha una superfice di circa 400 mq, a cui è annessa una dependance. Tutto questo incastonato in un contesto fiabesco, dove rivedi il trionfo del nostro tufo verde, rimesso in opera con rara maestria, una vera goduria. Un sito splendido ed unico, con panorama mozzafiato. Pensate: alle spalle l’Epomeo, con tante fumarole che fanno diventare rossastre le pietre, e giù a valle quasi tutta l’estensione di Forio, sotto i balconi dei terrazzamenti. Un posto unico, per un’Azienda che deve costituire una nuova grande opportunità per i nostri figli. Non mi è sembrato un caso chiamare questa nuova-vecchia tenuta Giardini. Io trovo giustissimo rifarci sempre alle nostre radici, riappropriandoci del nostro territorio, rendendolo di nuovo un Giardino, come i Poseidon, Mortella, come tutta l’Isola, che come diceva l’indimenticato Enzo Mazzella, deve essere conosciuta nel mondo come “Giardino d’Europa”.

Mi sento fiero ed onorato, che gente tanto esperta abbia indirizzato i suoi interessi sulla nostra terra, riportandola ad antichi splendori. E siamo inoltre grati, alle stesse persone, che hanno dimostrato, al di là del giusto tornaconto, un amore ed una sensibiltà per la nostra storia, fuori dal comune, ridando la luce ad antiche realtà, ormai perse, ma che avevano dato lavoro e vita a tantissimi nostri antenati. Siamo certissimi, che quello che potrebbe sembrare una specie di follia, una pazzia, termine usato anche durante la conferenza inaugurale, non è altro che un rischio imprenditoriale ben calcolato. Ben calcolato da persone esperte e competenti, ma soprattutto animate da una passione per quello che fanno, che produrrà, sicuramente, i frutti sperati.

Il prodotto di questa splendida operazione, che abbiamo avuto il pudore di non chiedere quanto sia costata, è un vino da uve stramature con 40% di Biancolella, 30% Forastera, 10% Uva Rilla, 10% San Lunardo e 10% Coglionara. La gradazione si aggira sui 16° e gli abbinamenti consigliati sono: formaggi vaccini, stagionati ed erborinati, pastiera, pasticceria secca. Verrà commercializzato in originalissime bottiglie ambra-scuro,un rame antico, da ½ litro. Il collo della bottiglia, ricorda tanto i vecchi tubi di terracotta che si usavano tanti anni fa, e di cui abbiamo visto traccia nei vecchi lavatoi restaurati, a fianco la cantina. Ci è piaciuto molto il termine di vino termale, usato da Francesco Iacono, e che consigliamo di pubblicizzare con giusto risalto, che sò, registrandone anche il nome. Tantissimi auguri.

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