Chiara Castellani una lampadina per Kimbau

A Gerardo, che accende i flash nella realtà anche su cui molti vorrebbero spegnere le luci. E’ la dedica che Chiara Castellani, la doctora Clarita, mi ha autografato dedicandomelo il suo splendido libro “Una lampadina per Kimbau”, edito da Mondadori e scritto in collaborazione con Mariapia Bonanate.

Un libro in cui si raccontano dal vivo i massacri, le violenze, le crudeltà, il martirio di migliaia e migliaia di esseri umani, colpevoli solamente perché nati in posti ricchissimi come giacimenti e miniere, ma poverissimi perché sfruttati dalle grandi potenze. Tante guerre dimenticate, che Chiara chiama taciute, veri stermini a cielo aperto, dove la cattiveria umana raggiunge la sua massima espressione di perfezione. Chiara ha vissuto tantissimi anni della sua ancora giovane vita in mezzo a tante guerre, prima in Nicaragua poi nel Congo Belga. Sempre al centro di sangue, sofferenze, odii.– di Gerardo Calise

A Gerardo, che accende i flash nella realtà anche su cui molti vorrebbero spegnere le luci. E’ la dedica che Chiara Castellani, la doctora Clarita, mi ha autografato dedicandomelo il suo splendido libro “Una lampadina per Kimbau”, edito da Mondadori e scritto in collaborazione con Mariapia Bonanate.

Un libro in cui si raccontano dal vivo i massacri, le violenze, le crudeltà, il martirio di migliaia e migliaia di esseri umani, colpevoli solamente perché nati in posti ricchissimi come giacimenti e miniere, ma poverissimi perché sfruttati dalle grandi potenze. Tante guerre dimenticate, che Chiara chiama taciute, veri stermini a cielo aperto, dove la cattiveria umana raggiunge la sua massima espressione di perfezione. Chiara ha vissuto tantissimi anni della sua ancora giovane vita in mezzo a tante guerre, prima in Nicaragua poi nel Congo Belga. Sempre al centro di sangue, sofferenze, odii.

La conoscenza con Chiara Castellani, l’ho fatta in occasione della Veglia Missionaria tenutasi lo scorso 24 ottobre presso il salone dei congressi della Regina Isabella, veglia presieduta dal nostro amatissimo Vescovo, P.Filippo Strofaldi. Una sala gremitissima, trasformata come d’incanto, in un luogo di preghiera, bello, caldo, accogliente, dove tante persone hanno pregato, cantato, battuto a tempo le mani, accompagnando le canzoni, sotto la direzione di Christian, con tanta partecipazione, passione, gioia. Ancora una volta da citare, le profonde e toccanti parole che il nostro Pastore sa incastonare nelle sue illuminanti omelie, sempre cariche di significato, toccando le corde della Fede, in modo giusto, fermo e dolce. “Noi preferiamo donare a Dio un pò del nostro tempo, un po’ della nostra vita, un po’ del cibo che avanza, ciò, che in generale è di superfluo, ma Lui da noi pretende tutto, come da buoni cristiani dovremmo sapere. Lui ci invita a volare alto”. Mi sembra che sia quello che ha saputo fare questo scricchiolo di donna, che non arriverà ai cinquenta chili. Mi sono ritrovato vicino a lei per qualche scatto fotografico, insignificante, con una età indefinita, con delle movenze felpate, quasi timorosa di dare fastidio. Poi, quando si è recata al palchetto per parlare, testimoniando la sua paurosa e pericolosissima vita, dalla sue labbra sottili ne è uscita fuori una voce con una cadenza dolce, con una erre moscia ed arrotondata, che faceva più affascinante il suo racconto. Ne sono rimasto calamitato, siamo rimasti tutti attentissimi ad ascoltarla, eravamo quasi settecento persone, a guardare ed ascoltare questo splendido esempio di come ci si deve relazionare con Dio. Il suo racconto che era intriso di disgrazie, morte, atrocità, tutte vissute in prima persona, unico medico per 150.000 persone, in una delle zone più difficili del Pianeta, in piena Africa nera. Però tutto questa tragedia, un fondo di speranza, di tanti sorrisi di bimbi aiutati a venire alla luce, una profonda dolcezza radicata nella convinzione di annientarsi per il bene del prossimo che ha tanto bisogno del suo aiuto.

La fede di una missionaria laica, che sente il bisogno insopprimibile di non arrendersi all’onda anomala del male, che invade tutto ciò che incontra, ma lei, uno scricchiolo di donna che forma il bozzolo di una anima senza confine di peso o di volume, non demorde. Un’anima alimentata da una profonda Fede che lei è decisa a mettere in pratica dedicandosi totalmente agli altri. Tu pensi che un chirurgo che ha perso un braccio, e che continui ad operare? Ebbene, Chiara dopo aver perso un braccio, quello destro, in un pauroso incidente sulla “strada” Kinshasa e Kimbau, nel dicembre 1992, dopo essersi rimessa per benino presso il Gemelli di Roma, ritorna in Africa, dove riprende ad operare con l’aiuto di un infermiere-chirurgo, come lo chiama lei, e la sua equipe. “Ricomnicerò a fare con la mano sinistra quello che facevo con la destra. Tornerò fra i miei ammalati, il mio posto è là, non posso deludere la gente che in queste settimane ha pregato tanto per me”. Non vi si accappona la pelle? Non vi vengono i brividi a leggere queste parole? Noi presenti alla veglia, le abbiamo ascoltate da lei queste parole, con la sua voce suadente, dolce, decisa, impaurita ed impavida, sempre ritta sul suo esile tronco. In me si è aperto, nell’ascoltarla e nel conoscerla da vicino, un profondo squarcio di luce, di speranza, di fede, ma nello stesso tempo mi sono sentito così piccolo, meschino, misero nei confronti di ciò che lei ha saputo fare glorificando Dio. Non mi sembrava vero di trovarti di fronte un essere fatto di carne ed ossa come te, ma con un motere dentro capace di spingere tutto ciò che ha davanti, senza paura di non farcela, con la piena consapevolezza che lei “deve” donarsi totalmente al suo prossimo. Lo senti in modo forte e chiaro quando incontri un essere che è sensibilmente più vicino di te all’Essere Supremo. Te ne accorgi, perché stanno in una dimensione di libertà, senza lacci e lacciuoli, ti ricordano immediatamente di quando S.Francesco si “denudò” non solo fisicamente, dei beni terreni. Nudo davanti a Dio, senza impurità, pronto ad essere suo strumento per aiutare i suoi figli, i nosti fratelli.

Dopo aver studiato come ginecologo per dare la vita, mi sono trovata a lavorare come chirurgo di guerra. Il bisturi che amavo usare per i cesarei, l’ho dovuto usare per mutilare, per tagliare su carne viva, arti, smembrandoli, diventati come morte. Tagliare sempre più in alto, perché la cancrena avanza ben al di là della ferita di arma da fuoco. E’ ancor più della ferita, provoca sofferenza estrema”. Sono alcune righe che Chiara, chirurgo di guerra, scrisse ad Oriana Fallaci, inviato di guerra. Nel profondo della savana, tra tantissime difficoltà, Chiara ci è stata per stare più vicino alla gente di Dio, alla quale non si deve mai mentire. L’incontro con le persone come Chiara Castellani, sono capaci di spazzare via la paura di tutti noi dell’angoscia. Questa forza indefinita che ti prende dentro, ti soffoca, non ti lascia respirare, reagire, ti fa sentire meno il senso della vita, ti scollega con la realtà. Invece l’esempio che ci dona una persona come Chiara, ci aiuta a superare qualunque forma di sofferenza, anche quando si è “dall’altra parte del bisturi”, come è capitato a lei. Lei che come chirurgo, prima di diventare una missionaria, si credeva quasi la padrona del mondo, della vita altrui. Poi quando è stata totalmente attratta alla vita evangelica, ha capito e ci fa capire che lei “passero con un’ala sola”, può volare lo stesso, con l’aiuto degli altri, di tanti altri, che vanno a sostuire degnamente l’ala mancante. Il suo incontro, in me, ha rigenerato la speranza, anzi , la certezza che Dio ci vuole ancora bene, dimostrandosi in questo bell’esempio di vita vissuta per gli altri. La sua esperienza, ci dimostra in modo inequivocabile, che la vita acquista maggior valore proprio nei luoghi o nei momenti in cui sembra non aver alcun valore. Nei luoghi dove non vale la pena sopravvivere a tante sofferenze ed ingiustizie, tutte concentrate in posti dimenticati da tutti. Volevo ricordare, infine, che Chiara Castellani, parmense del 1956, è stata premiata nel 2001 a Saint Vincent come Donna dell’Anno, e che grazie alla vecchia conoscenza con il Parroco Don Gioacchino abbiamo avuto la fortuna di poterla conoscere da vicino ed apprezzarne le sue tantissime virtù, descritte in piccola parte in questo nostro modesto contributo. Penso di esprimere il pensiero di tante persone, affermando che l’incontro con una donna di Dio come Chiara ti ritempra, ti rigenera, ti fa capire che il più misero di noi può arrivare ad essere un buon cristiano, basta volerlo, e donarsi in toto al Signore.

La conoscenza con Chiara Castellani, l’ho fatta in occasione della Veglia Missionaria tenutasi lo scorso 24 ottobre presso il salone dei congressi della Regina Isabella, veglia presieduta dal nostro amatissimo Vescovo, P.Filippo Strofaldi. Una sala gremitissima, trasformata come d’incanto, in un luogo di preghiera, bello, caldo, accogliente, dove tante persone hanno pregato, cantato, battuto a tempo le mani, accompagnando le canzoni, sotto la direzione di Christian, con tanta partecipazione, passione, gioia. Ancora una volta da citare, le profonde e toccanti parole che il nostro Pastore sa incastonare nelle sue illuminanti omelie, sempre cariche di significato, toccando le corde della Fede, in modo giusto, fermo e dolce. “Noi preferiamo donare a Dio un pò del nostro tempo, un po’ della nostra vita, un po’ del cibo che avanza, ciò, che in generale è di superfluo, ma Lui da noi pretende tutto, come da buoni cristiani dovremmo sapere. Lui ci invita a volare alto”. Mi sembra che sia quello che ha saputo fare questo scricchiolo di donna, che non arriverà ai cinquenta chili. Mi sono ritrovato vicino a lei per qualche scatto fotografico, insignificante, con una età indefinita, con delle movenze felpate, quasi timorosa di dare fastidio. Poi, quando si è recata al palchetto per parlare, testimoniando la sua paurosa e pericolosissima vita, dalla sue labbra sottili ne è uscita fuori una voce con una cadenza dolce, con una erre moscia ed arrotondata, che faceva più affascinante il suo racconto. Ne sono rimasto calamitato, siamo rimasti tutti attentissimi ad ascoltarla, eravamo quasi settecento persone, a guardare ed ascoltare questo splendido esempio di come ci si deve relazionare con Dio. Il suo racconto che era intriso di disgrazie, morte, atrocità, tutte vissute in prima persona, unico medico per 150.000 persone, in una delle zone più difficili del Pianeta, in piena Africa nera. Però tutto questa tragedia, un fondo di speranza, di tanti sorrisi di bimbi aiutati a venire alla luce, una profonda dolcezza radicata nella convinzione di annientarsi per il bene del prossimo che ha tanto bisogno del suo aiuto.

La fede di una missionaria laica, che sente il bisogno insopprimibile di non arrendersi all’onda anomala del male, che invade tutto ciò che incontra, ma lei, uno scricchiolo di donna che forma il bozzolo di una anima senza confine di peso o di volume, non demorde. Un’anima alimentata da una profonda Fede che lei è decisa a mettere in pratica dedicandosi totalmente agli altri. Tu pensi che un chirurgo che ha perso un braccio, e che continui ad operare? Ebbene, Chiara dopo aver perso un braccio, quello destro, in un pauroso incidente sulla “strada” Kinshasa e Kimbau, nel dicembre 1992, dopo essersi rimessa per benino presso il Gemelli di Roma, ritorna in Africa, dove riprende ad operare con l’aiuto di un infermiere-chirurgo, come lo chiama lei, e la sua equipe. “Ricomnicerò a fare con la mano sinistra quello che facevo con la destra. Tornerò fra i miei ammalati, il mio posto è là, non posso deludere la gente che in queste settimane ha pregato tanto per me”. Non vi si accappona la pelle? Non vi vengono i brividi a leggere queste parole? Noi presenti alla veglia, le abbiamo ascoltate da lei queste parole, con la sua voce suadente, dolce, decisa, impaurita ed impavida, sempre ritta sul suo esile tronco. In me si è aperto, nell’ascoltarla e nel conoscerla da vicino, un profondo squarcio di luce, di speranza, di fede, ma nello stesso tempo mi sono sentito così piccolo, meschino, misero nei confronti di ciò che lei ha saputo fare glorificando Dio. Non mi sembrava vero di trovarti di fronte un essere fatto di carne ed ossa come te, ma con un motere dentro capace di spingere tutto ciò che ha davanti, senza paura di non farcela, con la piena consapevolezza che lei “deve” donarsi totalmente al suo prossimo. Lo senti in modo forte e chiaro quando incontri un essere che è sensibilmente più vicino di te all’Essere Supremo. Te ne accorgi, perché stanno in una dimensione di libertà, senza lacci e lacciuoli, ti ricordano immediatamente di quando S.Francesco si “denudò” non solo fisicamente, dei beni terreni. Nudo davanti a Dio, senza impurità, pronto ad essere suo strumento per aiutare i suoi figli, i nosti fratelli.

Dopo aver studiato come ginecologo per dare la vita, mi sono trovata a lavorare come chirurgo di guerra. Il bisturi che amavo usare per i cesarei, l’ho dovuto usare per mutilare, per tagliare su carne viva, arti, smembrandoli, diventati come morte. Tagliare sempre più in alto, perché la cancrena avanza ben al di là della ferita di arma da fuoco. E’ ancor più della ferita, provoca sofferenza estrema”. Sono alcune righe che Chiara, chirurgo di guerra, scrisse ad Oriana Fallaci, inviato di guerra. Nel profondo della savana, tra tantissime difficoltà, Chiara ci è stata per stare più vicino alla gente di Dio, alla quale non si deve mai mentire. L’incontro con le persone come Chiara Castellani, sono capaci di spazzare via la paura di tutti noi dell’angoscia. Questa forza indefinita che ti prende dentro, ti soffoca, non ti lascia respirare, reagire, ti fa sentire meno il senso della vita, ti scollega con la realtà. Invece l’esempio che ci dona una persona come Chiara, ci aiuta a superare qualunque forma di sofferenza, anche quando si è “dall’altra parte del bisturi”, come è capitato a lei. Lei che come chirurgo, prima di diventare una missionaria, si credeva quasi la padrona del mondo, della vita altrui. Poi quando è stata totalmente attratta alla vita evangelica, ha capito e ci fa capire che lei “passero con un’ala sola”, può volare lo stesso, con l’aiuto degli altri, di tanti altri, che vanno a sostuire degnamente l’ala mancante. Il suo incontro, in me, ha rigenerato la speranza, anzi , la certezza che Dio ci vuole ancora bene, dimostrandosi in questo bell’esempio di vita vissuta per gli altri. La sua esperienza, ci dimostra in modo inequivocabile, che la vita acquista maggior valore proprio nei luoghi o nei momenti in cui sembra non aver alcun valore. Nei luoghi dove non vale la pena sopravvivere a tante sofferenze ed ingiustizie, tutte concentrate in posti dimenticati da tutti. Volevo ricordare, infine, che Chiara Castellani, parmense del 1956, è stata premiata nel 2001 a Saint Vincent come Donna dell’Anno, e che grazie alla vecchia conoscenza con il Parroco Don Gioacchino abbiamo avuto la fortuna di poterla conoscere da vicino ed apprezzarne le sue tantissime virtù, descritte in piccola parte in questo nostro modesto contributo. Penso di esprimere il pensiero di tante persone, affermando che l’incontro con una donna di Dio come Chiara ti ritempra, ti rigenera, ti fa capire che il più misero di noi può arrivare ad essere un buon cristiano, basta volerlo, e donarsi in toto al Signore.

A proposito dell'autore

Gerardo Calise Gerardo Calise