Beata Gioventù

– di Gerardo Calise

Scaloni, scalini, scalette, una scala insormontabile da superare, una montagna tipo Everest.

Quanti di noi, negli ultimi tempi non hanno sentito parlare di pensione, ammorbandoci da una parte e da un’altra, quale è l’età giusta per mettersi a riposo. Le stiamo ascoltando tutte, di tutte le solfe, qualcuno di voi ha però sentito un accenno, un battito, un’eventualità dedicata a chi dovrebbe prendere il posto di chi si mette a riposo? Qualcuno di voi ha sentito parlare a che età si inizia o si dovrebbe iniziare a lavorare, da quando si incomincia a mettere i soldini da parte per costituire una futura e degna pensione? Quale governo dobbiamo aspettare per sentirci dire quando i nostri figli diventeranno maturi per iniziare la loro avventura lavorativa. Ne vorremmo sapere di più, a bocce ferme, da grandi cosa faranno i nostri successori. Quando tutte le bugie saranno a loro posto, forse incominceremo a intravedere la luce in fondo al solito tunnel.

Quante volte sentiamo parlare di sviluppo sostenibile, ascoltando tante paroloni dai soliti soloni, senza udire mai qualche parola che facesse riferimento al futuro dei giovani, ai loro progetti, alle loro giuste e sacrosante aspettative ed aspirazioni. Per noi genitori, uno dei compiti educativi più difficili, è senz’altro quello di saper educare i propri figli ad essere se stessi, cercando di affrancarli da ogni condizionamento becero e dannoso. Tante volte ci capita constatare, che in mancanza di valori, ad iniziare dal focolare domestico, di varie ideologie che si sono man mano disintegrate negli ultimi anni, non resistendo alla velocità supersonica dei cambiamenti avvenuti.

Alla scuola che non è riuscita ad inserirsi in modo adeguato, in questo processo, fatto spesso di tecnologie avanzatissime, e non ultimo, all’assenza totale della religione in molte realtà familiari. Aggiungete a questo già squallido cocktail, un lavoro che tarda sempre di più a materializzarsi, se non con un precariato che dura sempre di più.

In questo vuoto totale, i giovani, sempre più spesso, si rifugiano nel gruppo, soprattutto i più giovani, per sentirsi accettati e protetti; si mettono a parlare, agire, vestire come tutti gli appartenenti del gruppo stesso. La moda: la moda di vestirsi con abiti costosissimi, in modo maniacale; conciarsi i capelli, tatuarsi molte parti del corpo, deturpandole per sempre; usare un determinato linguaggio, molto vicino al troglodita. Tutto uguale,tutti piatti. La conversazione, quando c’è, avviene con pochi vocaboli male assortiti, con una confusione “linguistica” tra un maccheronissimo accenno di inglese, qualche altro accenno ad un italiano molto ancestrale, dialetto farfugliato, e molta, molta gestualità, che spesso non è nemmeno sincronizzata con i semplici concetti che si cercano di esporre. Che tristezza! La moda diventa, dicevo, il desiderio asfissiante che attanaglia tanti giovani, diventandone quasi un passpartout. Un taglio di capelli, quanto più stravagante è possibile. Per non parlare della foggia dei pantajeans, senza linee, che non tengono minimamente conto se a indossarli sarà una che possiede una chitarrina o un portatore di clarinetto. Catenine collocate dovunque, pietre brillanti incastonate finanche nei denti. Il solo portarle significa che sono belli. Fanno moda.

Perché questa che sembra una divagazione da ciò di cui trattavamo all’inizio, il lavoro? Perchè in questo contesto, dove troviamo che sempre più spesso i giovani si identificano nel gruppo, lì, noi adulti, dovremo fare un po’ di mea culpa. Per noi in età avanzata risulta facile parlare con tanta ironia della moda giovanile attuale, mostrandoci indignati, nella conversazione di stili desueti di saper dialogare con le nuove generazioni. In questo vedo tante nostre colpe. A tanti genitori è mancata la forza di infondere nei propri figli la gioia di cercare e di essere solo e sempre se stessi. Senza trasmettere loro l’ansia, il timore di un futuro incerto o di un presente evanescente, ma avremmo dovuto trasmettere loro, altresì, la voglia di essere attori protagonisti della loro esistenza. Introdurre nei giovani la voglia di voler decidere in prima persona del proprio destino, smontando la angosciosa e spasmodica ricerca di piacere e di divertimento, messi sempre al primo posto. Quanti giovani si preoccupano solo e solamente di riempire il tempo con la ricerca di cose da fare, senza conoscere, ma soprattutto, senza avere ancora imparato ad amare la bellezza di vivere e di esistere. In questo contesto, che denota non un distacco, ma un completo scollamento generazionale, io colloco questa profonda crisi occupazionale, dove padri, in età avanzata, per arrotondare una pensione magra, ma di cui non sono stati, tante volte, dei saggi risparmiatori, continuano a lavorare, in nero, con un egoismo eroico, negando una prima occupazione ai loro stessi figli, i quali stanno a casa, a casa a fare cosa? Ecco comparire la teoria del gruppo, l’uscita di casa, la perdita dell’identità familiare, la ricerca extra-focolare, che porta tanti giovani lontani dalle loro radici e dalle loro tradizioni, perdendo, anzi non acquistando una solida identità. Ovviamente in questo quadro a tinte fosche, si insinua anche il grande morbo delle separazioni familiari, che negli ultimi anni, ha raggiunto statistiche esponenziali da far paura. Ho volutamente omesso di entrare nel mondo dei “difetti” più gravi che più attanagliano i giovani , sempre più fragili nei confronti del fumo, dell’alcool, delle droghe, dove stiamo assistendo ad un abbassamento dell’età dei giovani che si avvicinano per la prima volta a queste schifezze varie.

Le statistiche sono raccapriccianti, e noi nel nostro piccolo, dobbiamo cercare in tutti i modi di aiutare, quanto più possibile, le giovani generazioni. In questo ci dovrebbe venire incontro il Vangelo: i beni del creato sono di tutti, che non significa che se tutto è di tutti, ognuno di noi può appropriarsi di qualcosa, saccheggiando tutto non lasciando niente agli altri. Il senso evangelico ci sprona a riaffermare sempre di più la dignità della persona, il rispetto di quello che ci è stato donato, e soprattutto sviluppare la cultura che vada a migliorare la vita di tutti, specialmente di chi ha bisogno di aiuto, arrivando a sublimare la stessa sofferenza.

Dobbiamo fare in modo che la gioventù dei nostri figli ritorni ad essere bella e sana, come è stata la nostra, cercando di stare vicino a loro quanto più è possibile, sforzandoci di intercettare le loro esigenze, le loro aspirazioni in modo giusto e mirato, senza scaloni che tengano.

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Gerardo Calise Gerardo Calise