A proposito di Padre Vito Insante

– di Gerardo Calise

In questi ultimi tempi mi sono imbattuto in due bei momenti di vita, che hanno infuso nuova carica vitale per il quotidiano, dandomi nuova fiducia nei confronti del prossimo.

Il primo momento è stato leggendo il retro della immaginetta della beata M.Teresa di Calcutta su cui non è scritta la solita impetrazione o preghiera al Santo effigiato, ma vi sono delle belle esortazioni a”dare il meglio di te….”Dà al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci, non importa, dà il meglio di te; l’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile, non importa sii franco ed onesto; quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo, non importa, costruisci. Bellissimo! Il riassunto del vangelo! La forza di un sole mattutino caldo e convincente che divora in un attimo anche la nebbia più fitta. La forza dell’Amore.

Il secondo momento, che poi ha generato queste povere righe, è avvenuto, anche se telefonicamente, con P.Carlo Cecchitelli, commissario generale di Terra Santa in Napoli, già custode del Sacro Sepolcro a Gerusalemme. Persona di profonda sensibilità, semplicissima, disponibile a fornirmi ogni piccola informazione, per avere quante più notizie su un nostro grande paesano, francescano anche lui, Padre Vito Insante.

Il cordialissimo colloquio avuto con P.Cecchitelli, ha messo in rilievo questa bella figura monastica, prematuramente scomparso a soli 53anni. P. Carlo fu suo fortunato allievo in Terra Santa e seppure a distanza di 40 anni ne conserva intatto il bel ricordo, citandomi la sua verve, il suo spirito sempre pronto e gioviale, oltre ad un innato senso di ben relazionarsi con il prossimo.

P.Cecchitelli, presentatomi da P.Nando Caione, grande amico della chiesa foriana, mi ha fornito la possibilità di contattare telematicamente P.Stèphane Milovich, segretario custodiale di Gerusalemme, che in collaborazione con frate Cristoforo, nell’arco di poche ore mi ha mandato questo spaccato di vita relativo a P.Vito Insante, che desidero farvi conoscere integralmente. Che belle persone sono i figli di S.Francesco, sempre pronte e disponibili verso il prossimo.

P.Vito Insante l’8 dicembre 1967 se ne è andato da questo mondo senza nessun preavviso. Aveva compiuto da poco 53 anni e continuava ancora nel suo lavoro d’insegnante con quello spirito di amore e di dedizione che gli era sempre abituale. Ora invece al sentire la triste notizia è facile supporre quale sarà stata l’impressione ricevuta dai suoi confratelli, da colleghi ed amici e dai suoi numerosi discepoli! Era nato a Forio d’Ischia il 20 settembre del 1914. Passò la sua fanciullezza dividendo il tempo tra la scuola, le ariose colline dell’isola ed il mare. Compite le elementari, desideroso di consacrarsi al Signore per lavorare nelle missioni, partì verso la Terra Santa giungendo nel Collegio serafico di Emmaus il 14 set. 1927. I fratini più grandicelli al vedere quel ragazzo, piccolino e magrolino, che scompariva tra i nuovi arrivati, sebbene dicesse di compiere 13anni fra sei giorni, ammiccavano l’occhio sorridendo bonariamente. Ma ben presto si avvidero che le apparenze non corrispondevano alla realtà. Infatti nel parlare mostrava di essere sveglio ed arguto; nel giuoco deludeva la forza e la bravura dei collegiali più grandi con mosse agili di piedi o di mani; nello studio si rivelava applicato ed intelligente, nella preghiera e nei doveri del collegio serio e compreso. E così quel ragazzetto poco più alto di una spanna s’impose ben presto all’ammirazione ed all’affetto dei suoi compagni. Dopo quattro anni in Emmaus passò al noviziato di Nazaret, dove conobbe meglio l’ideale della vita francescana. Anzi nei “Fioretti” e specialmente nelle gesta di fra Ginepro trovò un pizzico della sua anima semplice e giuliva. Ad Ain Karen fece il V ginnasio, a Betlemme i tre anni di filosofia ed infine a Gerusalemme nel convento di S.Salvatore gli studi di teologia. Ordinato sacerdote il 18 maggio del 1940 fu costretto con gli altri religiosi italiani a vivere nel concentramento di Emmaus per più di tre anni. Qui fu l’allegro compagno, il poeta umoristico, l’interprete tra i religiosi ed i poliziotti inglesi. Soltanto dopo 19 anni, alla Pasqua del 1946, potè rivedere i suoi familiari!

Fu superiore al Collegio di Aleppo, ai conventi di Emmaus, del Getsemani, di Betlemme, direttore allo stesso collegio di Aleppo. Insegnante ai chierici di Betlemme ed ai fratini di Emmaus e di Roma. Si faceva amare per il suo carattere franco e gioviale, per il suo spirito allegro, per le sue trovate umoristiche. Uno dei suoi svaghi preferiti era una sonata al piano; o la lettura di opere classiche; amava molto l’arte, ma sopratutto la musica e la poesia. Sebbene riuscisse in tutte le materie scolastiche e nelle lingue(parlava bene il francese, discretamente l’inglese e l’arabo), pure cercò di approfondirsi privatamente nella lingua italiana. Entusiasmatosi di Carducci, di Leopardi e di Iacopone da Todi, si provò ad imitarli infondendo nelle poesie la sua stessa anima, sempre pronta a cogliere quel tanto di ridicolo che si manifesta nelle azioni umane ammantate di apparenze molto serie e pretenziose, alle quali gli uomini danno tutta l’importanza, dimenticando l’altro. Praticamente quelle poesie erano la rievocazione della sfida di David contro Golia, la sua rivincita di un uomo piccolo fatta con un pennino contro pachidermi umani, dimostrando umoristicamente che l’ostentata ampiezza delle loro ossa e della loro pelle non è poi tanto necessaria alla vita e nemmeno dovrebbe far paura, perché basta scrutare nell’interno del pomposo involucro umano per trovarci un’anima piccola e colma di mille deficienze. Ciò che vale dunque non è l’apparenza materiale, ma un’anima grande; era questo il principio più importante che gli suggeriva la sua natura. Quando in certe circostanze si ascoltava una sua poesia, si restava col fiato sospeso e poi si scoppiava in qualche risata. L’avremmo desiderato quindi di averlo ancora vicino per sentire altre sue arguzie ed altre poesie. Ma inaspettatamente si è chiuso nell’eterno silenzio lasciandoci anche l’ultima volta col fiato sospeso. Avrà preso il suo posto in cielo tra Iacopone e fra Ginepro!

Dunque, come avete appreso poco sopra, P.Insante andò in Terra Santa a soli 13anni, nel 1927. In quello stesso periodo, sempre a causa di scarsissime possibilità finanziarie emigrarono un suo fratello e due sorelle, tra Stati Uniti ed Argentina. P.Vito ebbe sicuramente sorte migliore, nell’incontrare il Signore, rimanendo nella sua Terra per più di 25 anni, servendolo fedelmente, con una profonda e sincera vocazione.

Insieme a lui, in quel periodo, c’era un bel gruppo di foriani, che negli anni successivi si sono fatti tanto onore, nella vita civile, tra cui il prof .Francesco Rubino, il prof. Luigi Polito, l’avv. Michele Regine, il mar.llo dei CC Aniello Buonocore, fratello di mia madre Lucia, tutte persone di primissimo ordine.

P.Insante, come avete letto nelle note ufficiali, potè riabbracciare sua madre ed i parenti appena terminata la II guerra mondiale, nel 1946, 19anni dopo la sua partenza. Chi mi ama, lasci tutto e mi segua! Come fu vero per lui. Il cammino della Fede , è sicuramente difficile, lastricato di tante difficoltà e sacrifici, ma quando lo si percorre con amore, con passione, tutto diventa più semplice, lasciando in eredità il testimone per poter continuare ancora la staffetta verso il premio finale.

Dopo il 1946 le visite alla sua amatissima famiglia avvenivano, in media, ogni cinque anni, sempre nel periodo estivo, dedicando il suo meritato riposo ai suoi legatissimi nipoti, sia dal lato paterno nei quartieri di San Sebastiano e Monterone, che di quelli di lato materno, alla Chiaia, dove lui era solito aiutare suo zio Vito ‘e Vitone nei lavori della siena in riva al mare. Ma oltre ai tanti nipoti, lui era conosciuto e seguito da tantissimi giovani, con i quali, molte volte, faceva delle belle escursioni all’eremo di San Nicola all’Epomeo, dove, una volta celebrata la S.Messa, ed aver fatto un frugale pic-nic, canticchiando e raccontando aneddoti divertenti, si faceva ritorno nelle povere case dell’epoca, che lui tanto amava, nella loro spartana configurazione. Era solito dire ai suoi nipoti ed ai tanti che lo seguivano, che il progresso lo si deve fare solo ed esclusivamente con le proprie forze, senza aspettare niente da nessuno. Ed a tal proposito, sua nipote Nannina, mi raccontò un aneddoto che avrebbe potuto arricchire, e di molto , lui e la sua famiglia, rinunciando ad una cospicua eredità di una anziana e ricca vedova di un console che aveva conosciuto in Terra Santa, invitando la stessa a donare tutti i suoi beni alla Confraternita francescana, fedelissimo, come vedete, al grande voto della povertà!

Negli ultimi anni della sua vita, agli inizi degli anni “60, per stare più vicino a sua mamma Marianna, vecchia e malata, fu trasferito al collegio ai Casalotti a Roma. Quando nel giorno dell’Immacolata del 1967 ci lasciò, sua madre non fu informata della sua prematura morte, ma pur avendolo intuito, accettò in silenzio. L’avrebbe raggiunto, nel regno dei giusti, 80 giorni dopo, alla fine del febbraio 1968.

Alla conclusione di queste modeste note, mi sembra di vedere che l’aspetto più bello di questa degnissima figura francescana , e che chi lo ha conosciuto in vita, nutre ancora, a distanza di 40 anni, un vivo e bellissimo ricordo, di un uomo sempre aperto e disponibile con il prossimo. Il bene che fai verrà domani dimenticato, non importa, fa il bene!

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