Ritorno al Diritto Pubblico

° Dopo la lunga stagione del liberismo un ritorno ad un serio statalismo regolato dallo Stato e dal Comune – Porre fine tuttavia agli sprechi dello Stato e degli Enti Locali nelle società pubbliche di diritto privato – Società – Mista di diritto privato con la partecipazione delle Banche solo per le trasformazioni urbane – Un comune unico per l’isola d’Ischia perché abbiamo 3200 imprese con 13 mila lavoratori con una sola società di diritto pubblico per la raccolta rifiuti, una sola azienda di diritto pubblico per lo sviluppo e la promozione del turismo – una seria e praticabile Pianificazione Territoriale.

Abbiamo vissuto gli ultimi trent’anni della nostra Storia – In Italia, in Europa, in America – in pieno “liberismo” sfrenato.

La parola d’ordine, più usata ed abusata nel ventennio 1960 – 1980 è stata ” PROGRAMMAZIONE” , fino a ridicolizzarla, con un massiccio intervento dello Stato nell’Economia tale che negli anni ’70 del ‘900 il fondo di dotazione dell’IRI – Istituto per la Ricostruzione Industriale – ammontava a 10.500 miliardi di lire e le cosiddette “Partecipazioni Statali” non solo avevano un Ministero ma costituivano circa il 40% dell’intero sistema economico italiano. Si poteva pensare di essere ad un passo dal SOCIALISMO tanto che la Confindustria ostacolò con ogni mezzo sia la politica di Programmazione sia il governo di centro-sinistra al quale partecipava il Partito Socialista Italiano. Quel centro-sinistra – l’unico al quale riconosco la corretta denominazione per forma e sostanza – fu avversato con ogni mezzo dal Partito Comunista Italiano e quando si scriverà, con obiettività,  la storia economica italiana dagli anni ’60 agli anni ’80 del ‘900 emergeranno le responsabilità dei comunisti nel fallimento della Terza Via o della Via italiana al Socialismo Democratico o della democrazia avanzata o da quelli che il leader socialista, Francesco De Martino, chiamava “i nuovi e più avanzati equilibri politici ed economici”.

Ancora. Nelle Regioni meridionali in quel ventennio abbiamo avuto il più massiccio intervento finanziario dello Stato in tutta la Storia italiana attraverso le opere e gli incentivi all’industria della Cassa per il Mezzogiorno talmente importante da avere anch’essa un “Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno” che era una delle poltrone più ambite nel manuale Cencelli sulla spartizione partitocratrica.

Poi – dagli inizi o dalla metà degli anni ’80 con il crollo del comunismo e lo smantellamento dell’Unione Sovietica – il vento dei movimenti politici ed economici è cambiato. Alla parola più diffusa e abusata PROGRAMMAZIONE si è sostituita la parola LIBERALIZZAZIONE, ed anche di questa si è fatto abuso.

Così ad una politica economica e finanziaria – l’unica che conti – STATALISTA si è lentamente ma incessantemente sostituita una politica LIBERISTA. Un vero e proprio ricorso storico come insegna Giovan Battista Vico sulla scia delle politiche liberiste dell’inglese Marghareth Thacher e dell’americano Ronald Reagan.

In Italia è stato smantellato tutto il sistema delle Partecipazioni Statali ed è stato soppresso l’intervento straordinario nel Mezzogiorno. Si è passato da un eccesso all’altro senza ricercare una via di mezzo anche perché la corruzione aveva raggiunto un punto insopportabile e gli sprechi di danaro pubblico vette altissime nei cui confronti l’Everest era una collina.

Negli anni del Liberismo – che era ed è cosa diversa dal liberalismo come insegnava Luigi Einaudi – nascevano i nuovi “Maitre à penser” della “nuova economia” che era un ritorno all’inizio del capitalismo e venivano posti in soffitta i vecchi Maestri come Lord Keynes che avevano proposto fin dagli anni ’30 del ‘900 un capitalismo regolato dallo Stato ed una politica dello Stato per l’occupazione .

La crisi finanziaria ed economica, che stiamo vivendo al tempo della terza Rivoluzione Industriale e della seconda globalizzazione, con il fallimento di alcune grandi banche americane, con effetti drammatici sull’occupazione, ha riproposto la ricerca di una Terza Via tra lo statalismo ed il liberismo della quale sono fautori e sostenitori politici-economisti che rifiutano l’etichetta ” novecentesca” di Destra o di Sinistra. Il più convinto sostenitore di questa Terza Via che denuncia gli eccessi del “mercatismo” cioè dell’eccessivo potere del Mercato appare l’attuale Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ne ha parlato nel suo saggio “La paura e la speranza”.

Così dopo trent’anni ritorna la parola PROGRAMMAZIONE, ritornano le politiche STATALISTE per il salvataggio delle banche e per il sostegno al sistema economico. Vengono riproposte le idee di Lord Keynes e soprattutto le analisi di un grande economista austriaco, Joseph Schumpeter il quale con il suo libro “Business Cycles ( 1939) sosteneva che “la depressione è una buona doccia fredda per il capitalismo”.

L’attualità di Schumpter è stata riproposta di recente dall’analista economico del giornale francese “Le Monde”, Pierre-Antoine Delhommais, che in un articolo apparso domenica 19 aprile dal titolo “Les quattre saisons du capitalisme” ha sostenuto che “Schumpeter era convinto dell’efficacia superiore del capitalismo per creare a lungo termine delle ricchezze ed aumentare il benessere dell’umanità”.

Ma in Italia il ritorno dello Stato nell’economia per regolare il sistema ed accrescere l’occupazione che non ha alternative nella democrazia politica trova ostacoli negli sprechi pubblici.

Il giornalista del “Corriere della Sera”, Sergio Rizzo, dopo la pubblicazione de “La Casta” e “La Deriva” ha pubblicato “Rapaci – il disastroso ritorno dello Stato nell’economia italiana” dove racconta degli enormi sprechi del neo-statalismo nelle società pubbliche – ma che sono di diritto privato – di proprietà di Regioni, Province e Comuni.

Nel recensire il libro sul “Corriere” Massimo Gaggi nell’edizione di mercoledì 15 aprile 09 con un pezzo dal titolo “Gli sprechi del neo-statalismo” sottolinea che i libri sugli sprechi di Rizzo e Stella “hanno conquistato un oceano di lettori, hanno suscitato ondate di indignazione, ma tutto questo non ha prodotto né una vera spinta all’autoriforma della politica né un movimento civile capace di stimolare il cambiamento”.

E’ evidente che una autoriforma non basta ma che occorre una Riforma e questa riforma è – a mio giudizio – il ritorno del Diritto Pubblico.

L’ondata liberistica della quale abbiamo parlato prima ha prodotto la nascita di migliaia di società pubbliche “mascherate” dal Diritto Privato: sono tutte società per azioni o società a responsabilità limitate. I Presidenti, gli Amministratori, i Dirigenti che il Ministro Tremonti definisce la “manomorta pubblica” e che l’ex-Presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo, definisce “discariche per politici trombati”, lavorano in aziende di diritto privato al riparo dal rischio di impresa.

I Comuni si sono “spogliati” dei loro doveri istituzionali ed hanno delegato i servizi pubblici essenziali a queste società di diritto privato. Così nella raccolta dei rifiuti, nella gestione delle tasse, nei trasporti. Il clientelismo nelle assunzioni si è trasferito dall’Ente Pubblico all’Ente Privato favorito dalla liberalizzazione del mercato del lavoro.

Il primo risultato è che i Comuni hanno perso rappresentatività e partecipazione popolare alle vicende politiche ed il secondo risultato – molto più importante – è che hanno dovuto ricorrere alla “finanza creativa” per sostenere l’enorme deficit di queste loro società di diritto privato.

La Regione è diventata una grossa Banca mentre la Provincia una piccola filiale.

La Riforma dei servizi pubblici e delle società pubbliche a questo punto diventa essenziale.

L’alternativa è il ritorno al Diritto Pubblico, alla riappropriazione da parte dei Comuni della gestione diretta dei servizi essenziali con regole di economicità, alla selezione del personale con bandi pubblici eliminando il clientelismo.

Gli interventi degli enti locali nei loro “sistemi locali di sviluppo” per riequilibrare l’economia possono essere fatti con società-miste, queste sì di diritto privato, al cui capitale di rischio partecipano sia gli Enti Locali sia i privati e soprattutto le banche locali ma debbono essere interventi in settori produttivi, solo dove non arriva il privato, e solo dalla redditività dai tempi lunghi ma queste società debbono avere il rischio di impresa e l’economicità di gestione cioè i bilanci non possono essere in permanente perdita potrebbe essere la fattispecie delle Società di Trasformazione Urbana.

Nel caso dei sei Comuni dell’isola d’Ischia – che dovrebbero diventare uno solo per risparmio finanziario di gestione e per una maggiore rappresentatività popolare – i servizi pubblici essenziali come la nettezza urbana e la distribuzione idrica debbono ritornare ad essere gestiti direttamente dal Comune o da una società di diritto pubblico con criteri di ” fficienza, efficacia ed economicità”.

Il ” sistema locale di sviluppo” – suggerito dall’Unione Europea – che prefiguriamo per l’isola d’Ischia – ritenendo prioritari la consistenza economica (3200 imprese) e la forza lavoro disponibile (13 mila lavoratori iscritti al Centro per l’Impiego) – è un UNICO COMUNE, una sola Azienda Speciale di Diritto Pubblico per la raccolta rifiuti e per la gestione idrica; una sola Azienda per lo Sviluppo e la Promozione del Turismo di Diritto Pubblico, una sola Società di Trasformazione Urbana di Diritto Privato per la riattivazione delle Aziende alberghiere e termali dismesse – come il Pio Monte della Misericordia e l’area di La Rita a Casamicciola e l’ex-complesso La Pace di Lacco Ameno – e l’utilizzazione delle Grandi Infrastrutture come il Centro Polifunzionale di Ischia Porto. Il tutto inserito – finalmente dopo oltre 40 anni di “libero mercato” – in una politica di seria e possibile PIANIFICAZIONE TERRITORIALE.

Insomma la nostra dovrebbe essere una nuova stagione di Riforme di Struttura sulle quali misurare lo spessore della nuova classe politica oltre lo steccato tra Destra e Sinistra.

A proposito dell'autore

Giuseppe Mazzella Giuseppe Mazzella, 61 anni, laureato in scienze politiche, giornalista e funzionario pubblico. E’ stato dal 1973 al 1975 redattore capo e direttore de “ Il Giornale d’ Ischia” fondato da Franco Conte; dal 1976 al 2001 responsabile dell’Ufficio Stampa della Provincia di Napoli; dal 1980 al 2006 è stato corrispondente dell’ANSA dalle isole di Ischia e Procida, ha collaborato dal 1980 al 2002 come free lance fra l’altro a “ Il Mattino”, “Il settimanale d’ Ischia”, “ Il Golfo” e scritto sul “ Corriere del Mezzogiorno” su “ La Repubblica”.E’ stato presidente dell’Associazione della Stampa delle isole di Ischia e Procida dal 1986 al 1994 e Presidente del Centro Studi su l’ isola d’ Ischia.Ha fondato nel 1999 il Museo Civico di Casamicciola Terme del quale è stato direttore onorario fino al 2004. E’ stato consigliere comunale di Casamicciola Terme del PSI dal 1975 al 1983. Dal 2002 è direttore del Centro per l’Impiego di Ischia. Una mia fotografia la si può trovare su la mia presentazione su tesionline.it alla ricerca Giuseppe Mazzella su Virgilio.