Banco di Napoli quando il nome non basta

° Il Mezzogiorno non ha più un polo bancario autonomo – Il Sud ha bisogno di una nuova Cassa per il Mezzogiorno – Svanita la stagione dei Patti Territoriali – Non cresce l’occupazione ed aumenta la disoccupazione intellettuale – I Comuni sono al dissesto finanziario con lo spaventoso indebitamento delle società dei servizi pubblici – le famiglie non possono risparmiare – occorrono politiche pubbliche per lo sviluppo e l’occupazione e maggiori crediti alle piccole e medie imprese anche con la partecipazione al capitale di rischio – che senso ha la Banca del Sud di Tremonti?

Fu annunciato alcuni mesi fa a Napoli nello splendido salone delle Assemblee dell’antico palazzo del Banco di Napoli in Via Toledo dai vertici del Gruppo IntesaSanpaolo del quale fa parte da almeno 6 anni l’ex Banco di Napoli che la più antica istituzione bancaria del Mezzogiorno riprendeva il suo antico nome: Banco di Napoli.

Si trattava probabilmente di una strategia di marketing così come era stata una strategia di marketing quella della nuova denominazione dopo l’acquisto da parte del torinese San Paolo di “Sanpaolo Banco di Napoli” che si avvertiva alla chiamata telefonica presso le antiche filiali del Banco di Napoli. Il direttore o l’impiegato avevano la direttiva di rispondere: “Sanpaolobancodinapoli”. Bisognava rimarcare che il vecchio Banco di Napoli era morto e che adesso la banca faceva parte del gruppo torinese. Dopo la fusione del gruppo San Paolo con il gruppo Banca Intesa ex- Banca Commerciale Italiana è probabile che il nuovo management abbia deciso che nella “società dell’informazione” è preferibile, in qualche caso, utilizzare anche la Storia così come può essere importante in una strategia di marketing moderno ed in un tempo di grandi concentrazioni bancarie rimarcare che il Banco di Napoli – fondato nel 1539 – è pur sempre una “banca locale” che può garantire “sulla familiarità e vicinanza alle reali esigenze” della clientela, come annunciava la campagna pubblicitaria che è stata contemporanea alla presentazione della nuova-vecchia denominazione. Ma è chiaro che questa appariva soltanto una campagna di marketing. Il Banco di Napoli non ha più alcuna sostanziale “autonomia decisionale” e non è un caso se alla presentazione del ritorno al vecchio nome la sindaca di Napoli, Rosa Russo Jervolino, fece appello all’amministratore delegato del gruppo Intesa, il secondo gruppo bancario in Italia dopo Unicredit, Corrado Passera, affinché “non venisse impoverito il quadro dirigenziale del Banco”. Ma nel tempo delle Grandi Concentrazioni bancarie emerge chiaramente che il Mezzogiorno non ha più un polo bancario autonomo e che tutte le grandi banche puntano ad acquistare clientela di “retail” come si dice in gergo cioè di “dettaglio”. Il problema fondamentale che hanno le grandi banche è acquisire “depositi” cioè raccogliere “risparmio”. Infatti è soltanto con il risparmio delle famiglie che si possono mettere in moto gli investimenti. La crescita economica italiana, il cosiddetto “miracolo economico” degli anni ’50 e ’60, fu essenzialmente dovuta alla grande capacità di risparmio degli italiani. E che gli italiani siano un popolo di risparmiatori è stata confermata anche durante la “grande inflazione” degli ’80 e ’90 e dalla sciagurata stagione di “tangentopoli” in cui il nostro Paese fu “salvato” dalla grande manovra dei 92 mila miliardi del governo “straordinario” guidato da Giuliano Amato e che vedeva l’ex. Governatore della Banca d’ Italia, Carlo Azeglio Ciampi, alla guida dell’allora Ministero del Tesoro.

Quanto sia stato importante il risparmio delle famiglie è documentato anche dalla storia della Cassa Depositi e Prestiti che finanziava le opere pubbliche dei Comuni e delle Province e che attingeva i propri fondi soprattutto dal risparmio postale.

La riforma del sistema bancario avvenuta nel 1992 dopo oltre cinquanta anni di dignitoso funzionamento della Legge Bancaria del 1936 ha cambiato tutti gli scenari. Il cambiamento è stato ancora più marcato dalla soppressione della Cassa per il Mezzogiorno negli anni ’90 e dal risanamento dei conti delle banche che ha colpito soprattutto il Banco di Napoli venduto o svenduto al San Paolo di Torino dopo oltre 4 secoli di Storia.

Che cosa abbia rappresentato per il Mezzogiorno la perdita dell’autonomia sostanziale del Banco di Napoli è sotto gli occhi di tutti. Così come è sotto gli occhi di tutti che cosa ha rappresentato la cessazione del cosiddetto “intervento straordinario” cioè la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno con tutte le sue società partecipate dalla FIME all’INSUD. Molto si è sprecato ma molto si è fatto.

Se leggiamo con attenzione tutti i provvedimenti di “aiuti” al Mezzogiorno scopriremo che in questi ultimi 15 anni tutti i Governi hanno cercato di far entrare dalla “finestra” cioè che è stato cacciato fuori dalla “porta”. Vediamo che cosa voleva essere, che cosa è stata e cosa “non” è stata la società Sviluppo Italia e che cosa è stata l’ altra società Italia Lavoro ed ancora che fine hanno fatto i cosiddetti ” fondi chiusi” che alcune banche – compreso il ” nuovo” Banco di Napoli di marca torinese – hanno destinato all’ aiuto di nuovi investimenti nel Sud d’ Italia.

Chiusa la Cassa per il Mezzogiorno si sono aperte sotto mentite spoglie tante “cassettine” anche con l’arrivo dei Fondi PON di “mamma Europa”.

Il risultato è deludente ed è visibile ad occhio nudo. Nel Mezzogiorno non c’è stata crescita economica sufficiente ed il divario tra il Nord ed il Sud è aumentato.

Nella grande capitale del Mezzogiorno, Napoli, il mega progetto di Bagnoli è ancora un libro dei sogni e l’unica cosa visibile è la Città della Scienza fatta con danaro pubblico. E’ svanita – sciolta come neve al sole – la grande speranza della “programmazione negoziata” con i Patti Territoriali della metà degli anni ’90 alla quale la gloriosa “Rassegna Economica” del Banco di Napoli dedicò un numero monografico.

Mai come oggi nella sua storia il Mezzogiorno dalla sua nascita dopo l’unità d’Italia del 1861 è solo con i suoi problemi di sviluppo e di vivibilità.

Si ha un bel dire ai giovani di andare a scuola, all’università, di formarsi permanentemente ma non c’è una politica pubblica per lo sviluppo nel Mezzogiorno e per l’occupazione giovanile.

Credo che il Mezzogiorno abbia bisogno di un’altra Legge Straordinaria di aiuti allo sviluppo e che l’ultima pessima gestione della Cassa per il Mezzogiorno degli anni ’80 del ‘900 non può essere una giustificazione per l’eliminazione di un sostegno finanziario necessario. La situazione pericolosamente debitoria di gran parte dei nostri Comuni sull’orlo del dissesto finanziario – che debbono ricorrere alla “finanza creativa” o addirittura ai cosiddetti “derivati” per “spostare” di un decennio i debiti aggrava ulteriormente il quadro istituzionale dell’economia meridionale e locale. Prima o poi scoppierà la bomba delle cosiddette “partecipate” cioè le società di diritto privato che gestiscono i servizi pubblici dei Comuni. Anche queste stanno sull’orlo del fallimento.

La “rinascita” del Banco di Napoli con il vecchio nome dovrebbe affrontare questi problemi di “sofferenza finanziaria” sia delle aziende private sia dei Comuni e delle loro società pubbliche e dovrebbe farsi carico di concorrere – con il Governo, la Regione, la Provincia ed i Comuni – a formulare ed attuare politiche pubbliche per l’occupazione non di un centinaio di addetti al call center ma di migliaia di lavoratori in tutti i settori dagli addetti alle pulizie ai quadri dirigenziali in considerazione dei dati tragici sull’occupazione meridionale.

La “rinascita” del Banco di Napoli dovrebbe significare sostegno concreto alle piccole e medie imprese e sostegno concreto alle aree turistiche mature come il caso dell’isola d’Ischia che conta oltre 3200 imprese e che dispone di 24 mila posti letto nei soli esercizi alberghieri costituendo un terzo dell’intera capacità ricettiva della Campania con almeno 9500 lavoratori del settore e dell’indotto ai quali il “sistema delle imprese” non garantisce più la durata dei sei mesi di occupazione per accedere alla indennità di disoccupazione ordinaria per gli altri sei . La “rinascita” del Banco di Napoli dovrebbe significare concedere maggior “credito” cioè “credito a rischio” alle piccole e medie imprese ed addirittura partecipare direttamente al capitale di rischio di nuove iniziative anche ad alto rischio e ricercare chi investe nel Mezzogiorno con una seria politica di marketing territoriale. Insomma il “banchiere” dovrebbe essere un mestiere diverso a seconda che lo si fa a Milano o a Napoli. Un “banchiere a Mezzogiorno” non è un semplice “ragioniere” che deve far guardare i conti.

Di questo credo che abbiamo bisogno i meridionali piuttosto che di una banca che vuole raccogliere soldi dalle famiglie, sempre più impoverite dal caro-vita, sempre più indebitate dalle rate per gli acquisti e per la casa, sempre più con figli parcheggiati all’università o precari in un call center o addirittura disoccupati-intellettuali. E’ il problema del credito alle imprese che ha indotto, già da qualche tempo, il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a proporre una “banca per il Sud“. Perché insiste Tremonti? non ci sono abbastanza banche nel Sud ?

E’ un segno positivo comunque che sia stato chiamato un imprenditore meridionale ed un meridionalista come Enzo Giustino alla Presidenza con due campani nel consiglio di amministrazione Mario Mattioli e Giovanni Vietri che il direttore del “Corriere del Mezzogiorno”, Marco Demarco, definisce “due rappresentanti di una nuova generazione”.

Ma non basta la parola antica così come non bastano tre personalità autorevoli a far “rinascere” la vocazione meridionalistica del più antico Istituto bancario del Mezzogiorno.

Occorrono fatti ed i fatti sono “ostinati” come diceva Lenin.

A proposito dell'autore

Giuseppe Mazzella Giuseppe Mazzella, 61 anni, laureato in scienze politiche, giornalista e funzionario pubblico. E’ stato dal 1973 al 1975 redattore capo e direttore de “ Il Giornale d’ Ischia” fondato da Franco Conte; dal 1976 al 2001 responsabile dell’Ufficio Stampa della Provincia di Napoli; dal 1980 al 2006 è stato corrispondente dell’ANSA dalle isole di Ischia e Procida, ha collaborato dal 1980 al 2002 come free lance fra l’altro a “ Il Mattino”, “Il settimanale d’ Ischia”, “ Il Golfo” e scritto sul “ Corriere del Mezzogiorno” su “ La Repubblica”.E’ stato presidente dell’Associazione della Stampa delle isole di Ischia e Procida dal 1986 al 1994 e Presidente del Centro Studi su l’ isola d’ Ischia.Ha fondato nel 1999 il Museo Civico di Casamicciola Terme del quale è stato direttore onorario fino al 2004. E’ stato consigliere comunale di Casamicciola Terme del PSI dal 1975 al 1983. Dal 2002 è direttore del Centro per l’Impiego di Ischia. Una mia fotografia la si può trovare su la mia presentazione su tesionline.it alla ricerca Giuseppe Mazzella su Virgilio.